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[Seguo con trepidazione quello che sta NON accadendo a BIG (la Biblioteca In Giardino). Qui di seguito una nota scritta da Leonardo Pelo e i ragazzi di No Reply, tratta dal loro sito.]
Sappiamo che “La Biblioteca in Giardino” (manifestazione culturale che si è svolta per 8 anni tra giugno e luglio nei giardini delle biblioteche rionali di Milano) non è uno dei problemi principali d’Italia. Anzi, in una ottica relativa, non è nemmeno un problema. Però, forse, è un buon paradigma di quello che sta succedendo a Milano.
Abbiamo inoltrato -come da prassi- la nostra proposta all’Assessorato alla Cultura nel dicembre 2006, continuando a fornire specifiche e approfondimenti, come richiestoci dagli uffici comunali, fino all’aprile 2007.
A oggi, giovedì 31 maggio, ancora non sappiamo se la rassegna sarà eliminata, tagliata o confermata. Ritenevamo che la giunta comunale del 18 maggio – per quanto già insostenibilmente tardiva - fosse quella definitiva, come molti all’interno dello staff municipale ci avevano ribadito. Ma la Giunta non ha preso decisioni in merito. Lo stesso staff, ci ha chiesto di andare avanti, di procedere nei lavori, perché a quel punto l’approvazione in Giunta del 25 sarebbe stato sicura.
Così non è stato. Non hanno detto sì, non hanno detto no. Semplicemente, hanno detto di aspettare.
E così siamo alla Giunta di domani, venerdì 1 giugno. Se l’Assessore alla Cultura e la Giunta comunale daranno il benestare dovremo iniziare il 18 giugno. Ma come fidarsi? La nostra è al massimo una speranza.
Per non parlare della fattibilità di un progetto di questa portata a 17 giorni dal suo inizio.
Ovviamente ogni assessore può decidere per quello che ritiene meglio per la sua città.
A questo punto, se la rassegna verrà finanziata anche quest’anno, le condizioni di lavoro diventano ardue, inutilmente ardue.
Se invece decideranno di non finanziarla, ci chiediamo perché tale decisione non ci sia stata comunicata prima, tenuto conto che alcuni di noi ci stanno lavorando da almeno tre mesi seguendo le indicazioni e le rassicurazioni ricevute dal personale amministrativo dell’assessorato.
A tutto c’è un limite. Mi sembra oltrepassato.
Non siamo soli in questa situazione sconfortante. Altre iniziative dell’estate meneghina, come La Biblioteca in Giardino, dipendono dalle (non) decisioni della Giunta: sono nelle stesse condizioni.
Lavorano a vista, fuori da ogni progettazione. Fuori da ogni logica professionale.
In questa situazione “anomala”, dieci giorni fa, abbiamo deciso di organizzare lo stesso la manifestazione. Per fare il nostro meglio, per quanto possibile. Rischiando.
Perché le trafile burocratiche sono diverse e i tempi davvero ristretti.
Rischiando.
Perché se non arriverà il contributo comunale, useremo per le spese necessarie le nostre risorse (quelle di No Reply e personalmente dei suoi soci) e l’entusiasmo dei “volontari”.
Rischiando.
Perché lo spirito sarà per forza diverso.
Chiederemo ospitalità alle biblioteche, sempre più “vittime” di tagli (e anche questo va detto) che rendono il loro lavoro un’impresa.
Chiederemo aiuto a bibliotecari e artisti perché lavorino a semplice rimborso spese, come fosse volontariato.
Noi compresi. Noi per primi.
Faremo La Biblioteca in Giardino a prescindere.
Lo faremo per evitare che muoia una delle manifestazioni culturali più radicate a Milano.
La Biblioteca in Giardino è, nel panorama milanese, una rassegna atipica, che ha una sezione per i bambini (sempre più trascurati a livello di iniziative comunali e che senza fondi pubblici quest’anno non potremo in nessun modo realizzare) ed una sezione per adulti che mescola pop con cultura cercando di attrarre anche non lettori con reading, musica ed incontri che NON promuovono alcun libro, ma con il solo scopo di favorire l’interazione fra scrittori, musicisti ed il pubblico.
E che osa spingersi nelle periferie, luoghi meno “comodi”, in cui raramente si svolgono iniziative culturali (o meglio, in cui raramente ci sono iniziative di qualsiasi genere). Si parla tanto di piazze sicure, e poi non si fa nulla per fare vivere, queste piazze.
In un contesto sociale come quello in cui viviamo un’iniziativa che cerca di coinvolgere un più vasto pubblico a noi sembra meritevole.
Se la rassegna avrà un successo paragonabile a quello degli altri anni (la precedente edizione con 20 incontri, 9 per adulti e 11 per bambini ha avuto oltre 6.000 spettatori) vuol dire che di questo c’è davvero bisogno.
In caso contrario sapremo comunque di aver difeso qualcosa in cui crediamo in maniera costruttiva e di non aver tradito la fiducia di chi lavora con noi.
Lamentarsi non serve a molto. Quindi noi andiamo avanti.
Felice nota quasi per caso la pozza di sangue tutta attorno alla pattumiera di casa sua e trasale di una vergogna che non dovrebbe affatto provare. Appena il calore alle guance e alle orecchie si attenua, la prima domanda che gli affiora spontanea alla mente è perché il sangue, oltre a invadere progressivamente il pavimento, parta dalla base del contenitore di rifiuti ma non ne sporchi anche la superficie in più punti. Scaccia il pensiero agitando il capo e, appoggiato sul ripiano del lavabo il bicchiere d’acqua che stava sorseggiando, si sposta di lato, in direzione della macchia rossa e spessa, deciso ad aprire il coperchio intonso e bianchissimo della pattumiera.
Quando la paura finalmente lo coglie, si accorge che lo scenario è di colpo mutato. Una sottile striscia di giorno sgomita a fatica fra i tendoni e illumina malamente gli abituali contorni della stanza da letto in cui Felice si è svegliato di soprassalto, e congelato in una posizione assurda, come paralizzato nel mentre allenava gli addominali nell’esercizio detto “a libro”, realizza e pensa:
- Che sogno idiota. –
Sceso dabbasso, alza il coperchio della pattumiera in cucina prima ancora di appurare che il sangue sia davvero lì, e con un sospiro di sollievo si rilassa nel vedere il fondo del contenitore annerito dalla polvere che talvolta sfugge alle cuciture basse del sacchetto. Non ricordava di averlo rimosso lui, perciò Agnese, la domestica, dev’essere già al lavoro. Chissà com’è tardi, dunque.
Esce in giardino dalla portafinestra in cucina e appena la scorge corre istintivamente ad aiutarla. Agnese sta infatti trascinando un sacco nero facendo leva sulle sue gambette sottili, che a passi tesi e rallentati avanzano verso l’orto retrostante alla recinzione perimetrale della villa. Il corpo è proteso nello sforzo, entrambi i pugni serrano il nodo in cima al sacco mentre le spalle e il capo tendono in là, come volessero toccare per primi la meta che ad Agnese sembrerà così lontana, sebbene non disterebbe poi molto. È talmente concentrata, anzi, che il sopraggiungere improvviso di Felice la frastorna tanto da mollare la presa. Il sacco rovescia sull’erba tagliata di fresco il cadavere di un uomo.
Agnese e Felice smettono di esistere per un lungo attimo.
- Chi è quest’uomo? – Chiede Felice, vincendo quella sensazione di profonda e irreale vergogna già vissuta nel sogno.
- Dovresti saperlo. – Risponde Agnese, con l’aria di controllare il proprio respiro apposta per parlare, ma soltanto perché affaticata.
- Dovresti saperlo. – Ripete – Quest’uomo sei tu. –
A Felice ogni parola muore dentro. Ogni significato si tronca per semplicissima impossibilità ad essere. È fuori di sé dalla curva folle che la faccenda ha assunto e, vuoto di qualunque dignità possa ormai simulare, fugge in casa, lasciando Agnese nella luce opaca di un mattino o di un pomeriggio che allaga il verde perfettamente rasato del cortile. Lei ride di cuore, come se lui, anziché tacere e correre via, avesse appena recitato la battuta di punta di uno spettacolo comico. Poi, Agnese richiude il sacco sul morto con la cura di una madre che rimbocca le coperte al figlio addormentato e riprende a trascinarlo in là. È molto più grande di quelli che Felice usa di solito – e sorride pensando al fatto che lui abbia ignorato da principio una simile ovvietà.
Felice intanto ha superato la cucina e gira subito a destra, imbocca il corridoio davanti alle scale del piano superiore, dove c’è uno specchio verticale.
Con una mano palpa il proprio viso, con le dita dell’altra accarezza la superficie fredda che riflette gli scalini dietro di lui – e nulla più.
- Basta solo saper aspettare -, dice, accarezzando il cannello. – Saprai imparare ad aspettare? –
- Aspettare cosa? –
- Il momento giusto. Arne non doveva andare in gita scolastica? –
- Il 6 giugno -, risponde Alice, e si siede sul bordo del letto guardando il cielo che va schiarendosi sopra il giardino. Il suo sguardo si fissa dritto su una nuvola sopra la testa del guardaboschi. L’uomo deve alzarsi per imporsi in altezza. Si mette a camminare avanti e indietro per la stanza e ogni volta scansa i piedi dalla donna, ma senza mai toccarla pur passandole così vicino.
- Fra due settimane -, dice, e si ferma alla finestra. – Saprai aspettare così a lungo? –
Lei gli guarda la schiena mentre pronuncia queste parole. Almeno un piccolo fremito, supplica, ma la schiena del guardaboschi è assolutamente immobile. Allora si alza dal letto e va verso la porta camminando sul tappeto che attutisce i suoi passi, cammina all’indietro per vedere se quella schiena muta si accorge di qualcosa, ma la schiena è cieca e non si accorge di nulla.
(…)
Ci sono situazioni in cui non vorremmo vedere implicati coloro che amiamo, perché l’indegnità del loro comportamento ferisce il nostro orgoglio. La loro bassezza diventa in tutto e per tutto la nostra. In tali situazioni è solo con una violenta rottura con loro che possiamo salvare la nostra propria dignità.
(Stig Dagerman, “Uomini di Carattere”, dalla raccolta “I Giochi della Notte”, Ed. Iperborea 1996, trad. di Andrea Gibellini)
Il mio cuore un tempo si limitava a battere.
Mi accorgevo di averlo in petto dopo una corsa, o alla fine di un’emozione che non potevo ancora chiamare per nome, di solito legata a una scoperta.
Poi il mio cuore ha fatto le elementari.
Avevo la “simpatia”.
Elena.
Di giorno la vedevo in classe, di notte la sognavo.
Prima di addormentarmi davvero organizzavo su di lei telefilm immaginari, con tanto di regia. Primi piani, campi medi, panoramiche, carrellate e tutto. Perfino la colonna sonora.
Gli attori eravamo io e i miei compagni di classe.
A scuola ci si divideva per bande. La nostra era una banda piccola, perché noi eravamo “i buoni” e i buoni qualche sfiga devono avercela per forza, sennò chi glielo fa fare di essere i buoni.
Da bambini il mondo è così netto. I buoni. I cattivi.
Io, nei telefilm, puntualmente ero l’eroe (guapo y maldido) che doveva salvare Elena. Non so se ci riuscivo, poi. Mi addormentavo sempre sul più bello.
Alle medie c’erano i giornaletti porno. Un vero spaccio. Ce li procurava il fratello di un nostro compagno, che aveva quindici anni ma ne dimostrava almeno diciotto, quindi acquistava “Le ore” e “Cara Selena” senza problemi, poi ce li rivendeva al doppio.
Ho perso il conto delle scopate mentali che mi sono fatto insieme alle donne nude e vogliose che su quelle pagine patinate ne combinavano veramente di ogni, con un sacco di uomini dall’uccello gigantesco.
Il mio cuore, se avesse avuto una bocca, sbavava. E se avesse avuto braccia e gambe, sarebbe scappato dal mio corpo a quattro zampe gridando “basta”.
Poi, per un po’ di tempo, il mio cuore è stato una stanza calda.
E più avanti un motel. Pieno di visitatori, ospiti graditi, clientela fissa e di passaggio, qualche stagione mesta, lungamente primaverile, ed estati inspiegabilmente prive di tentazioni, belle da vivere solo in due.
Ho abbattuto quell’albergo. E l’ho demolito dalle fondamenta, senza prima curarmi sulla presenza eventuale di qualcuno all’interno.
Adesso il mio cuore è un terreno.
È importante possedere un terreno, oggi come oggi.
Un agente immobiliare ti può vendere col massimo della serenità un rudere, e tu glielo fai pure notare che è un rudere – e ovviamente costa mille volte in più di cosa in realtà vale quello schifo, quattro mura in piedi per miracolo.
Beh, a questo punto l’agente immobiliare direbbe che la cosa fondamentale non è la casa, decrepita o meno, ma che il terreno su cui sorge sia “edificabile”.
Il mio cuore è un terreno edificabile.
Forse, è la volta buona che ci metto su casa.
ON DRUGS
Chet Baker era un eroinomane – e fra l’altro ha perso i denti in una rissa, che figuriamoci se ha rimesso, poi. Eppure, la sua tromba gela il sangue.
Jimi Hendrix si dedicava amabilmente all’uso di svariate drogucce e non sapeva leggere la musica. La sua chitarra ha segnato la storia di qualsiasi chitarra sia stata suonata dopo.
Miles Davis ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a centrare gli scarafaggi che camminavano sulle pareti del suo appartamento, con abili lanci di ciabatta. Se ne stava lì, seduto a fare quello, le tapparelle abbassate, tutte abbassate. Mangiava pochissimo, beveva tanto e si faceva volentieri quel che passava il convento. Le sue soluzioni musicali hanno anticipato le stesse ricerche sonore che hanno avuto ragione d’essere soltanto grazie al suo lavoro già esistente.
Charles Baudelaire è stato il primo a scrivere esplicitamente e in maniera dettagliata a proposito dei "paradisi artificiali" e ancora oggi con questo termine la cronaca allude alle droghe e ai loro effetti.
William Burroughs ha scritto “Il pasto nudo” sotto scimmia.
Carlos Castaneda ha esaltato nei suoi romanzi il pejote, la carne del diavolo, un allucinogeno naturale utile agli indigeni nei territori di caccia onde evitare il sonno, la fame, la stanchezza, il caldo. Non sentivano niente. Potevano starsene in giro così per settimane.
Jim Morrison ha scritto che Dio ha inventato la marijuana e non potendo fumarsela lui da solo, tanta ce n’era, ha inventato noi. Soltanto molti secoli in là Dio avrebbe inventato Jim Morrison. E Jim Morrison, per fortuna, ha inventato i Doors, capitolo fondamentale nella storia della musica rock internazionale.
Vasco Rossi, in termini chilometrici, si è spipazzato tante di quelle piste da coprire tre volte il giro del mondo. Risultato: è l’unica vera rockstar italiana – e bisogna ammettere che alcune sue canzoni sono davvero molto belle.
Gianni Agnelli non di meno vantava una corrispondenza d’amorosi sensi con la coca, ma negli affari non sbagliava mai. Perfino quando apriva e chiudeva stabilimenti, da un punto di vista strettamente imprenditoriale, dava sempre scacco matto.
E la lista, com’è noto, sarebbe assai più lunga.
Il punto è: anche i nostri politici si drogano. Perché non ne fanno giusta una?
- Ciao, amore. –
- Amore, ciao. –
- Mi sei mancata. –
- Anche tu, amore, mi sei mancato tanto. –
- … –
- … –
- Amore, proviamo a fare l’esercizio di ieri sera, al corso? –
- Ah… sì, certo, amore, certo. E… qual era, scusa? –
- Amore! Sei sempre il solito. Quando qualcosa interessa a te, bene, non ti sfugge niente. Quando invece qualcosa interessa a me, anzi: quando qualcosa interessa A NOI, amore, tu… non so, tu… –
- Ma amore… –
- Uffa. Amore, amore, amore, amore, amore… per te l’amore è soltanto una parola. Mi chiami “amore” e hai risolto tutto. –
- Ma amore… –
- E piantala, cazzo! O butto giù. Porca puttana, Guido, stiamo facendo un percorso insieme o lo sto facendo da sola? All’altare, quel giorno, ci sarai almeno lì? –
- Adesso esageri. –
- No, non esagero! Cosa siamo andati a fare ieri sera, insieme? –
- Il corso perma… preter… beh, quella roba lì, dai, ci siam capiti. –
- “Quella roba lì”? –
- Quella roba lì, sì, cazzo: QUELLA – ROBA – LÌ! –
- Corso prematrimoniale, Guido: CORSO PREMATRIMONIALE! Dio, non ci posso credere… fra sei mesi… fra sei mesi noi due ci sposiamo e tu… tu non riesci nemmeno a dire cosa cazzo siamo andati a fare ieri sera. –
- Un corso prematrimoniale. Ok? Contenta? –
- Se ero io a dimenticarmi quale stronzo di un calciatore di merda ha segnato domenica… –
- Oh, per favore! Non riattaccare con la solita storia. Ieri sera, al corso, non dicevamo giusto quello? L’argomento era “condivisione”. Lo vedi che quando voglio, io… –
- Sì, sì, certo, come no. Quando vuoi. Dopo mezz’ora che stiamo litigando. –
- Franca… insomma, dai. Facciamo l’esercizio, su. –
- No. Adesso m’è passata tutta la poesia, guarda. –
- Franca, amore… sul serio. –
- … –
- Dai… mi interessa. Davvero. Siamo in due, in questa cosa, amore. In due. –
- Che palle. –
- Cosa? –
- Ti perdono sempre. Credo a tutte le cazzate che mi dici. Va bene. “Condivisione”. Inizi tu? –
- Allora… allora… dunque: oggi ho dato una strigliata in ufficio ad Alberto, te lo ricordi? Era all’aperitivo di venerdì scorso, all’ATM. Un imbecille. Mi sono sentito in colpa, l’ho fatto davanti a tutti, ma col casino che fa in bagno, e sistematicamente, non ne possiamo più. È la terza volta che chiamiamo d’urgenza l’idraulico, per colpa sua. Poi, sai, coi ragazzi abbiamo parlato un po’ di ieri, di cosa ne penso… anche Daniele lo sta facendo, nella parrocchia di lei, che abita a Novara. Due palle, dice. Ma sai com’è lui, è sempre super critico e poi non ha mai voglia di fare un cazzo. Secondo me se la sposa per evitarsi la strada. Poi, poi… poi niente. Sono tornato a casa e ti ho telefonato. –
- Fine della giornata? –
- Fine della giornata. E tu? –
- Io finalmente sono riuscita a farmi Fabio. È stato molto delicato, comprensivo. Pensa: si è voluto mettere a tutti i costi il preservativo anche se sono di tre mesi. Io… insomma, sapendo come siete voi uomini… sì, ecco, gli ho detto che poteva rilassarsi, che non c’erano problemi, però… galante, da parte sua, no? A parte questo, la solita vita. E non che Fabio abbia rinunciato al suo copia commissioni, nel frattempo, non sia mai. Tremila euro di ordine mi ha spillato, il maledetto. Va beh che avevo bisogno, sai… trucchi nuovi, unghie finte… arrivo sempre al limite, hai ragione tu, ma che ci devo fare? Sono così. Ah, e poi quella grandissima troia del piano di sopra ha gettato il pannolino sporco di suo figlio dalla finestra e mi ha centrato la tenda! Puttana… ho dovuto pulire quello schifo… mamma mia, se ci ripenso vomito. A proposito, cosa mangi, stasera, amore? –
- Pollo arrosto con patate. –
- Ah… allora vai dalla mammina. –
- Sì… non ho tanta voglia di mettermi ai fornelli. Sono ancora stanco da ieri sera. Non sembra, ma è dura. –
- Già. Però… necessario, vero? –
- Assolutamente. –
- Credo ci servirà questo corso. –
- Lo penso anch’io. –
- Sono così felice che ci sposiamo, amore. Non vedo l’ora, conto i giorni. –
- Anch’io, amore. Anch’io. –
- Perdonami se sono una rompipalle… no, non dire no, è così, invece… ho bisogno sempre di essere rassicurata, e dire che io lo so, ne sono certa, ci metterei la mano sul fuoco che tu ci credi, ma… oh, è così tanto difficile essere in due, amore, così difficile. –
- Ti amo. –
- Anch’io ti amo. –
- … –
- … –
- Che bello avere condiviso, amore. Hai visto che funziona? Non stai meglio, adesso? –
- … –
- Guido? –
…
…
…
…
…
Se "odio" e "rancore" fossero nomi di piante
sarei un ottimo giardiniere.
Avessi anche il buon senso di coltivarle soltanto nel mio giardino.
Invece faccio spesso capatine in orticelli vicini
e semino "odio"
e semino "rancore"
e soprattutto aspetto che crescano ben bene, prima di andare via,
per altri campi ancora liberi da queste.
Il mio giardino intanto è un fazzoletto di sterpi
che il semplice mutare delle stagioni secca,
o ravviva.
Stefano Benni
LISA
Io cammino ad occhi chiusi
sognando la riva del mare.
Ciò che dicono le persone non sento,
se del mio corpo parlano o del destino futuro.
Io ho piccoli piedi per fuggire
e un culo, che ammiro come una volpe la coda,
vanitosamente.
Io vorrei essere rispettata come rispetto la quercia nel giardino
che beve le nostre gocce di sangue.
Io rido e mi tolgo il rossetto e subito lo rimetto
e non saprei dirvi perché.
Io vorrei cambiare ogni ora,
ma non chiamatemi incostante.
Ho bisogno di aria buona, e di fumo, e di nebbia, e di andare via e
restare, rotolare e lavarmi.
Non chiamatemi pazza.
Io voglio una città che non sia solo di insegne.
Io amo il silenzio che separa le parole,
non quello che vien dopo alla sirena e agli spari.
Io sento l'uggiare dei cani nella tana.
Io lavoro tra profumi e shampoo
ma sento la puzza del fiato dei caimani.
Io piango, china davanti all'altare dell'autoradio.
Io graffio e scalcio, io vorrei non essere mai nata
e vorrei essere vecchia, come ciò che so del mondo.
Dormire tra le tue braccia, sentirti parlare di tuo padre,
per ore.
E vorrei lasciarti solo, con la moto in fiamme sull'asfalto striato,
bere il tuo sangue dal mignolo,
succhiarti il cazzo, fredda, come in un film
e mostrarlo alle amiche.
E vorrei scrivessi di me su tutti i muri.
Io piantai le forbici nel braccio a un tipo che mi sbavava dietro.
Io mordo. Io soffro, prigioniera nel bosco,
tra le mute dei cani.
Io sono la regina, la serva.
Io non so dove andare, questa sera,
nel buio,
e non so dove trovarti.
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Beh. Devo ammettere: in effetti, l'espediente dei puntini funziona davvero, in "anteprima del post" veritas. Grazie a tutti per questo cortese suggerimento. Quello che avrei davvero voluto, però, è il bianco. Lo spazio. L'assenza di parole in un luogo elettronico che di parole è invece per sua natura saturo. Il silenzio.
Il silenzio.
G.