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Lettera autentica spedita ad Andrea Biavardi, direttore di FOR MEN.
COMMENTO DI UNA LETTRICE ANONIMA PER IL DIRETTORE.
Lo confesso.
Ho ceduto alla tentazione di comprare la nuova rivista maschile "For men magazine".
Del resto, come potevo resistere agli affascinanti argomenti annunciati dalla copertina (che, tra parentesi, ritrae un tizio con una faccia da pirla e un asciugamano di spugna bianca che fa tanto "figo da spogliatoio")?
Almeno quattro i titoli memorabili:
"Falle dire basta stanotte!"
"Ricco entro Pasqua: 15 idee geniali"
"Trucchi: mangi il doppio diventi la metà"
"Smetti di fumare e voli ai Caraibi".
Non vorrei deludere il geniale direttore Andrea Biavardi, ma a far dire "BASTA" a una donna siete già tutti bravissimi da soli poiché di solito ne abbiamo abbastanza dopo i primi tre minuti.
La vostra difficoltà sta Nel farle dire "ANCORA!", al limite.
Ci pensi su, per il prossimo numero.
Riguardo allo slogan "Ricco entro Pasqua", beh, signor Biavardi, se vuole fare le cose fatte bene, nel prossimo numero alleghi anche due simpatici gadgets: passamontagna e chiave inglese.
Alla promessa "Mangi il doppio e diventi la metà", invece, tenderei anche a credere.
Bisogna vedere la metà di cosa. Io se mangio il doppio, signor Biavardi, divento l'esatta metà del Partenone, in effetti.
Infine, sempre in copertina, campeggia la scritta "Smetti di fumare e voli ai Caraibi". Guardi signor direttore, io non ho mai conosciuto uno che abbia smesso di fumare e che sia andato in un'isola tropicale a festeggiare. In compenso ho sentito un sacco di gente che ha cominciato a fumare sostanze illecite e s'è fatta certi viaggi senza neanche uscire di casa che lei neanche si immagina.
Ma questo è solo l'inizio.
Una si illude che il peggio sia già tutto in copertina e invece no, il meglio è all'interno!
A pagina 52 c'è un avvincente e istruttivo servizio con tanto di foto redazionali su "come slacciarle il reggiseno" che tiene conto dei vari modelli (classico, seduttivo, sportivo...).
A parte l'intelligenza del servizio in sè, vorrei soffermarmi sul consiglio per slacciare rapidamente il modello sportivo, che è : "se lei è spiritosa dacci un taglio con le forbici!".
Biavardi, io le garantisco che sono una donna alquanto spiritosa, ma se un uomo che magari conosco da poco, in un momento di intimità mi tira fuori dal taschino un paio di forbici, io come minimo penso che sia il mostro di Milwaukee e nella migliore delle ipotesi gli assesto un calcio nelle palle che il mese dopo il soggetto in questione passa dal suo For Men Magazine a Donna moderna.
A pagina 50 poi, si tocca l'apice grazie ad un servizio che affronta la spinosa questione: "Se l'iguana domestico ci prova con tua moglie".
Nell'articolo si sostiene infatti che ci sono diversi casi di molestie sessuali da parte di iguana nei confronti di donne con il ciclo. Senta signor Biavardi, lei l'ha mai vista una donna col ciclo?
Mi segua signor direttore, non parlo di una donna in sella al motorino.
Parlo della donna in quei giorni lì.
Ecco guardi, io in quei giorni ho la cera del cugino Itt e l'affabilità di Godzilla, non mi si avvicinerebbe a meno di cento metri un velociraptor si figuri un iguana.
E infine, l'apoteosi vera e propria: il test "sei uno stallone o una schiappa?".
Le domande sono tra le cose più esilaranti che io abbia mai letto in vita mia.
In pratica sei ritenuto uno stallone se rispondi sì a domande come questa: "Ti è mai capitato di farlo con una donna e poco dopo, con la sua compagna di stanza?"
"Un sacco di volte! Alla casa di riposo "Domus Mariae".
O "Di essere chiamato da una donna che ti chiede se può venire da te alle nove del mattino?"
Sì certo, da una rappresentante della Folletto.
Mi fermo qui.
Donne, consoliamoci: noi una volta al mese avremo pure le nostre cose, ma loro una volta al mese hanno For Men Magazine in edicola.
Ciao a tutti. A quanto pare, questa idea del racconto collettivo lanciata qui il 25 Maggio ha preso il decollo. Parecchio l'interesse, interessanti i trattamenti finora arrivati. Ora: lascerei in sospeso la cosa ancora qualche giorno. L'inizio del racconto è naturalmente on line, sempre in data 25 Maggio, i trattamenti arrivati sul blog si possono leggere cliccando sui commenti. Se qualcuno volesse partecipare, mi pare che la porta di questo improvvisato laboratorio sia assolutamente spalancata. Vediamo che succede ancora... ;-)
Un grazie particolare ai blog che hanno appoggiato l'iniziativa, pubblicando un annuncio o addirittura ospitando direttamente in pagina l'inizio del racconto. Verranno segnalati qui, a breve giro.
Perché non facciamo un esperimento? Prendiamo un racconto al suo inizio e lo continuiamo insieme, un pezzo a testa. Chi si vuole cimentare? Sarebbe divertente. Pensa se oggi c’è un personaggio e domani me lo uccidi, allora un altro ne tira fuori dal cilindro uno tutto suo e lo inserisce nella storia, poi nessuno sa chi sia, questo qui, e allora zac! A qualcuno viene l’idea e si continua. A proposito: e la storia? La storia ce la inventiamo, di volta in volta. Come il titolo, per esempio, che al momento non c’è. Non avrebbe senso ci fosse. Mi piacerebbe poi prendere tutto e pubblicarlo nel mio romanzo, in uscita quest’autunno. Un feuilleton, insomma. Un racconto di appendice, però corale, dove il primo autore è solo chi ha avuto la “bella” (?!!) pensata di mettersi a scrivere quanto segue.
Se c’è una cosa che odia veramente, è il suono della sveglia, di una sveglia qualsiasi. Non è il volume o il tipo di modulazione in sé, ma proprio il fatto che a un certo punto del sonno questa maledetta si metta a trillare.
Le cinque.
Una specie di luce penetra debolmente gli scuri. Il caldo invece è già deciso e gli cola sulla pelle appena in piedi.
Fa una rapida spedizione in bagno, lui e l’acqua al mattino hanno da sempre un pessimo rapporto. Quando esce, poco dopo, la segreteria in salotto lampeggia, lo nota dal riflesso che il led proietta sulla parete di fronte, in corridoio, smerigliato attraverso il vetro della porta socchiusa. La spalanca e il caldo sembra essersi mantenuto in disparte, qui, fa addirittura leggermente fresco.
Schiaccia il play e ascolta.
Primo messaggio.
- Amore, sono sotto casa tua. – Oh, cazzo, pensa lui. Di afflato amoroso c’è solo il testo. Che comunque cambia binario: - Appena metti il naso fuori, te lo spacco. Insieme a tutta la tua faccia di merda. –
Secondo messaggio.
- Valerio, sto per venire a prenderti, sei pronto? – Alberto. Lui e la sua precisione da esattore. Uno ancora deve capire se davvero sta al mondo o no, e lui: - Hai il cellulare spento, fatti vivo. Comunque, dieci minuti e sono da te, ok? Non dirmi che devi ancora preparare i bagagli, perché stavolta ti strozzo con le mie mani. –
Il buongiorno si vede dal mattino.
Terzo messaggio.
- Valerio, sono la mamma. – Oddio, no. Del naso se ne può discutere, sul collo magari anche, ma alle cinque del mattino la mamma, no.
E schiaccia stop. Troppo rischio per un uomo solo.
Quasi contemporaneamente, dalla strada arriva chiarissimo il rombo della Uno corretta chissà cos’altro di Alberto, che rallenta e si spegne poi del tutto più o meno sotto alla sua finestra. Però la portiera che si apre non dev’essere quella di Alberto. Neppure un’andatura sul marciapiede che solo quelle scarpette comprate dieci giorni prima potrebbero marcare in modo tanto secco, appartiene a lui. Se poi il passo in sé richiama l’incazzatura di chi si sta avvicinando alla Uno del suo amico, allora il nome che daresti a quel passo non è un nome qualsiasi.
Quel passo si chiama “amore, sono sotto casa tua”.
Quel passo si chiama Federica.
Da una mia più che recente mail collettiva:
Ma insomma: l'intervista al vecchio Freak Antoni non se la caga nessuno?!!
Ai fan: è uscito un nuovo libro suo, che pare l'ideale prosecuzione a "Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti (seguirà il dibattito)", ormai esaurito. Ma io in casa la mia bella copia autografata ce l'ho, oh già, e adesso, ve ne segnalo qualche verso. Non vi segnalo invece il nuovo libro, perché ancora non ne so abbastanza, a eccezione del fatto sia uscito con la casa editrice Pendragon. Vi terrò aggiornati... ma gentilmente intanto qualche commento all'intervista si può sprecare, eh!... ;-)
DIALOGO FRA PESCI - Taci tu / e quella trota di tua madre / Sshhh, che nessuno / lo seppia! / Che cozza me ne frega??? / Un'ostrica, cara!!!
DOPPIO FONDO (lirica di profondità) - Si dice / che una volta / toccato il fondo / non puoi che risalire. / A me / capita / di cominciare a scavare.
La mia preferita, però, rimane questa:
RESIDENCE, sottotitolo: si può dire "culo" in televisione? - Ornella, vorrei mi facessi / vedere / il tuo residence / e non c'è doppio senso. / Se non mi credi / guarda questo mio... / ...come dire... / CAZZONE?!?
Tutte e tre le poesie sono tratte dal volume sopra citato edito da Feltrinelli, che se si svegliassero pure a ristamparlo, tutta 'sta fatica per leggere tre poesie non si farebbe. Intendo a ribatterle. Qualcuno mi darebbe lezioni di dattilo? Ricambio a piacere. ;-)
Vedete, ho dei problemi con mia mamma, di tanto in tanto. Niente di particolarmente drastico o irreparabile, solo buona materia per il lettino dell’analista, ci andassi mai. Il fatto è che ho anche qualche problema di soldi, ma lasciamo stare, sarebbe un tasto assai più dolente. Con mia mamma, invece, le cose basta scriverle. Mi ha dato l’idea un caro amico, Gino Nardella, autore di un bel romanzo uscito da Stampa Alternativa, l’ho regalato a un po’ di persone che dopo mi hanno tolto il saluto. S’intitola “Il senso della vita è non rompere i coglioni”. Un mantra, praticamente. Nel libro, il protagonista era a un certo punto afflitto da una famiglia alquanto litigiosa che abitava alla porta accanto. Il nostro decide allora di registrarli, un pezzetto ogni giorno. Ci riempie una cassetta e un bel giorno gliela spara dalle finestre all’ora di cena, per circa un’oretta buona. Non li ha più sentiti. A Gino questa cosa è accaduta davvero e mi ha giurato che funziona. Così, ci ho provato con mia mamma.
- Ciao ma’. Come stai? -
- Bene, Gianluca, tutto bene. A parte un dito. -
- E che ti sei fatta al dito? -
- Mi sono fatta male col trapano. -
- Un trapano? -
- Sì, ma mica è un trapano normale, sai? Questo avvita le viti, inchioda i chiodi, e liscia le superfici di legno ruvide. -
- E il caffé te lo fa? -
- Ma no, Gianluca, cosa dici? Forse ti confondi con la macchina per il caffé, però quella l’avrò ordinata… non so, saranno tre settimane fa. -
- La macchina per il caffé? -
- Eh. La macchina per il caffé, non ti ricordi? Quella… quella col televisore incorporato. -
- Oh, mio dio. Non ci credo. E che te ne fai? -
- Niente. Ma regalavano un viaggio in Messico alle prime dieci telefonate. -
- E l’hai vinto? -
- No. Però sono diventata amica con la centralinista. Sapessi che brava ragazza! Come quelle di una volta, glielo ripeto sempre. -
- Ah, vi sentite spesso? -
- Tutte le volte che ordino qualcosa. Vorrei la conoscessi, guarda… un fiore di persona, Gianluca, mica come quelle che mi porti in casa tu… -
- Per favore, mamma, se evitassimo ogni volta di… -
- Oh, ma sì, ma sì… evitiamo, evitiamo pure… tanto, ormai… ma… e, senti, ti servirebbe un divano letto? -
- No, mamma, ti ringrazio. Sei molto gentile, ma… -
- Guarda che è proprio bello, sai? È sottile sottile, sembra un lettino da mare. Si gonfia con una pompa e diventa come un divano normale… -
- E che è? Un Trasformer? -
- …poi se lo apri fa da letto. Costa poco e ti regalano anche una borsa da viaggio. Magari dopo chiamo Cristina e te lo regalo. -
- Cristina? -
- Eh. Cristina. La centralinista… Oh, mamma mia. -
- Che c’è? -
- Ma no, niente, niente. Non ti preoccupare… è che respiro male… faccio fatica a parlare, ho poco fiato. -
- E ti sembra una cosa da nulla? Va’ a farti vedere dal dottore, scusa. -
- Ma no, quale dottore? Lo so io cos’è. -
- E cos’è? -
- È la guaina. -
- LA GUAINA?!! -
- Sì, esatto, è inutile che gridi. La guaina, sì, la guaina. La regalavano col trapano. La metti su e… e sparisce la pancia, tutta la ciccia… vanno dentro i fianchi… avrò perso due taglie, solo che è tanto stretta, non mi fa respirare. -
- Ma tu sei matta. Toglitela immediatamente! -
- Assolutamente no! Mi fa magra. E poi ce l’ha anche Cristina e a lei non è successo niente. -
- Cristina avrà vent’anni! E lavora per quella gente, poi, mica si mette veramente ’sta roba addosso, mamma! È una loro telefonista, cazzo! -
Compreso il dilemma? Arbore diceva “meditate, gente, meditate”. Io cambierei il verbo.
Registrate, gente, registrate...
Ricordo una sera di Giugno, circa un anno fa. Si era a Milano, nel corso di un’iniziativa chiamata La Biblioteca in Giardino. Gran bella kermesse di autori ed eventi spettacolari a metà fra musica e scrittura, tutte serate all’aperto, tempo permettendo. E il tempo, quella sera, ha permesso ai Bachi da Pietra di esibirsi per la seconda volta, forse. Giambeppe Succi e Bruno Dorella. Soltanto due musicisti sul palco, ma il suono era totalizzante, caldo, ricco di suggestioni, passionale, e aggiungerei comunicativo in quanto a espressione, cose che non sempre filano esattamente a braccetto. In modo particolare, poi, se si tratta, come in quell’occasione, di presentare al pubblico materiale musicale completamente inedito (e un bel po’ alternativo, rispetto ai target più in auge). Se ora si naviga in rete, ci si può imbattere in un sito: http//www.bachidapietra.com e da lì scoprire la musica di questi due artisti assolutamente insoliti e completi, nonché complementari. Ed esperti. Da anni esistono infatti i Madrigali Magri, di Giambeppe Succi, così come da tempo Dorella si divide tra produzioni musicali e i suoi complessi principali, i Ronin e gli Ovo. Anche se Giambeppe e Bruno, per me, sono innanzitutto due splendidi amici, il disco che hanno inciso insieme me lo comprerei. Nemmeno sulla fiducia, per altro, perché nel sito vedo una sezione: Mp3. Sono assaggi delle loro canzoni. Il suono ricorda la terra, marziale, uterina. A me personalmente, ricorda una cripta, uno dei posti che riterrei fra i meglio indicati se fossi mai un manager e mi trovassi a dover organizzare un concerto ai Bachi da Pietra. Un’atmosfera raccolta e calda, nonostante un certo freddo che sgorga direttamente dalle pareti fino alla pelle degli spettatori. Un freddo che non è freddo. È solo umido, com’è giusto che sia. Una produzione Wallace Records. E fortuna che esistono i circuiti indipendenti. Di musica così ce n’è bisogno.
Circa un anno fa, in quel di Biella, ho intervistato Roberto "Freak" Antoni, leader di quel gruppo che ancora oggi viaggia sotto il nome di Skiantos, ma che negli anni Settanta fu uno "skianto" sul serio. L'intervista uscì per il giornale "Kurtz", organo più o meno ufficiale dei Presidi del Libro di Laterza, e lì, solitamente, cerco di fare in modo che l'artista di turno si racconti attraverso le proprie letture. Nello spirito dei Presidi, insomma, idea nata tutto sommato a unire lettori, perché possano fra loro condividere esperienze appunto di lettura. Ecco cosa ne è uscito.
Quali libri hai letto e riletto più volte?
In questo periodo sto rileggendo “Al bordo della Notte”, un romanzo di Céline dove c’è una riflessione sulla guerra che andrebbe usata come epitaffio, come epigramma, come aforisma. Col suo stile assolutamente non retorico, sostiene quanto si apprezzino certi momenti insignificanti in guerra, momenti che durante la pace trascuriamo con la massima disinvoltura. Durante il gioco mortale della guerra, secondo Céline una persona vorrebbe indietro addirittura l’ozio, la noia, tutto ciò che sarebbe sintomo di una “normalità” spesso indesiderabile. In guerra si arriva ad amare, a bramare con tutta la propria passione gli aspetti che solitamente nella vita quotidiana passano inosservati o si preferisce evitare.
E tu credi che un libro possa cambiare certe cose della vita?
Direi proprio di sì – e per esperienza personale. Ma curiosamente un libro che mi ha cambiato la vita è un libro religioso. Se fossi un dittatore lo renderei obbligatorio al pari del Vangelo, in una Chiesa parallela che, perseverando nel mio vaneggiare, imporrei come alternativa a quella cattolica!... Il libro è la “Baga Vaghita”, pubblicato da Adelphi, ed è un testo di rara potenza, raccoglie tutto il disegno spirituale induista – secondo me molto più razionale, profondo e intelligente rispetto alla cosmogonia cattolica. È un libro che ha agito su di me come avrebbe fatto un’agopuntura, andando a sollecitare i campi nervosi più esistenziali del mio essere e in questo modo ha risposto a molte delle domande che fin dall’infanzia mi ponevo. “La Baga Vaghita” mi ha salvato la vita, potrei dire, e fa pure rima. Ma mi ha salvato la vita davvero e in almeno un paio di occasioni.
Per esempio?
Nel testo, Krishna dice ad Arguuna, suo allievo, che similmente al cambio degli abiti, quando i vestiti che indossiamo sono sporchi oppure dobbiamo cambiarli perché diventati stretti nel corso della crescita, così l’anima una volta esaurito l’abito che ha indossato dovrà vestirne uno nuovo, e naturalmente lo farà in un corpo diverso da quello che abbandona. Quando è mancato un mio amico, cosa avvenuta in modo del tutto inatteso e drammatico, per un’overdose da stupefacenti, ho desiderato morire a mia volta, ma la lettura, anzi, la rilettura di quel libro mi ha letteralmente preso per il bavero e mi ha aiutato a superare un fondamentale momento di crisi. Da qui si può senz’altro credere che un libro ti salvi la vita, molto più di quanto possa farlo la poesia, come afferma qualcuno.
Credi molto nella forza della parola scritta. Che non si trova soltanto nei libri, religiosi o meno, ma c’è anche nella canzone. E a questo proposito mi chiedo quanto di quello che hai letto sia finito lì, o nelle tue poesie…
Credo molto nella parola scritta, certo, molto più di quanto io non creda in quella orale. La parola scritta nel corso della vita ti offre l’occasione per poterla riscoprire, e ogni volta spalanca osservatori su nuovi mondi, nuovi significati.
Ma questo non di meno accade nelle canzoni, una volta incise su un disco. Cambia, però, chi le ha scritte, anche se continua a interpretarle. Cantare la stessa canzone nel tempo, equivale a una rilettura?
Sicuramente. Ma cambia non solo chi l’ha scritta, cambia pure la scommessa che una canzone rappresenta. Quando negli anni Settanta abbiamo iniziato, per noi Skiantos tutti gli argomenti retorici, abusati oltremodo, erano tabù: l’impegno socio-politico che certi cantautori esibivano a piene mani, noi lo contestavamo parlando di pastasciutta, di caccole, di sesso e carnazza, di bruciare le banche e bruciare le panche. Ci eravamo imposti di uccidere l’odiato chiaro di luna tanto caro alla tradizione della canzonetta italiana. Oggi lo scenario si è completamente capovolto, e sono tornati alla nostra attenzione gli argomenti sociologici, visto che sembra non esistere più né una coscienza collettiva, né un’opinione pubblica in Italia. È come se il Paese avesse perso la sua memoria storica. In questo quadro, la musica oggi non produce che canzoni disimpegnate e quindi, se si vuole ancora scommettere qualcosa, secondo noi vale la pena di riconsiderare l’aborrita canzone impegnata, proprio per raccontare a differenza di molti situazioni un po’ più etiche e civili. Una rilettura in questo senso quindi avviene già, e per quanto riguarda i materiali di repertorio, tutto ritorna interpretato in base all’esperienza di vita maturata nel frattempo, che fa riscoprire in maniera davvero insolita e sorprendente cose che tu stesso hai scritto in passato.
Il comportamento che hai descritto, avviene in maniera molto simile anche nel mercato editoriale...
Se posso risponderti seguendo il filo della mia esperienza personale, l’industria musicale e quella libraria hanno sempre avuto risvolti speculari. Certi misteri nella cattiva distribuzione di alcuni libri, li trovo paragonabili ai misteri nella pessima distribuzione di alcuni dischi. Una volta prodotto e inciso un nostro vinile, nei negozi non si riusciva a trovarlo. Allora ti rivolgevi ai discografici, i discografici davano la colpa ai negozianti, i negozianti ai distributori... insomma, la colpa è una gran bella donna ma nessuno la vuole. La colpa è sempre degli altri. Così succede nei libri. Io ho pubblicato un testo da Feltrinelli («Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti - seguirà il dibattito», N.d’A.) che pare abbia avuto un discreto successo. Ma non è questo il punto. Il punto è che recentemente abbiamo richiesto una cinquantina di copie da proporre ai concerti e la casa editrice, col massimo dell’aplomb, ci ha detto che nei loro magazzini non ce ne sono più, ma risultano in circolazione ancora mille copie. Il che è falso, perché il libro in giro non si trova da nessuna parte. Capisci come mai nella mia testa le due cose, a livello di problemi, vanno di pari passo?
È facile dedurre che la stessa specularità esista nei prodotti che la grande editoria mette in commercio, a questo punto.
Sì, ho anch’io lo stesso tuo sospetto. Le industrie sia librarie che discografiche oggi tendono a vendere tutto il vendibile. Ti posso assicurare che abbiamo sentito con le nostre orecchie direttori artistici vantarsi di non capire niente di musica, tanto - cito testualmente - una volta individuato cosa va e cosa non va sul mercato, vendere dischi è come vendere saponette. Se non altro, chi amministra progetti editoriali è solitamente persona più innamorata di quello che vende, per quanto commerciale possa essere. In questo senso, quindi, vorrei sperare che l’ambiente dell’industria libraria sia un po’ meno squallido di quello discografico. Almeno per amore dei libri.
Questi anni non sono per nulla adatti a entrare nel mito. O così dovrebbero sembrarci, anche se ci troviamo immersi in un’adolescenza che, per sua natura, se ne frega delle epoche, e vive tutto con la leggerezza che gli è dato di avere.
Ci mancano sballi psichedelici, ci siamo persi Woodstock e perfino le rare proteste studentesche nascono per divertimento, non per una sofferta ragione politica o sociale.
Gli unici a crederci, in queste cose, sono i ragazzi che le organizzano. Dieci, dodici studenti con o senza pugno alzato - e altri tre, quattrocento a non fare nulla.
Si è davvero troppo distesi, e inverosimili.
L’occupazione più diffusa consiste nell’abbordare le ragazze alle cinque del pomeriggio, quando passeggiano lungo il viale. Da quell’ora in su, le stesse che a scuola al mattino ci vanno ben infagottate in maglioni abbondanti e jeans larghi, al pomeriggio sfilano per Corso Libertà mezze svestite - e fiere di portare in viso un intero negozio di cosmetici.
Come cani seguiamo le loro scie e non meno istintivamente mettiamo a frutto alcune tecniche da giovin seduttore del ventesimo secolo, su cui forse è meglio soprassedere.
Si fanno queste e poche altre attività.
Pomeriggi interi a botte di calcio-balilla, che torniamo a casa coi polsi buoni solo a infiorare spaghetti, qualche videogioco coi mostri, o sempre di calcio. I più intellettuali, si fanno di Tetrix. I puristi, restano fedeli al Pac-Man. Gli avanguardisti, passano il testimone considerando già obsolete le novità.
Cosa dire di questi adolescenti senza rabbia, figli di genitori che hanno sacrificato molto per ottenere poco e ora quel poco lo moltiplicano perché tu, figlio mio, non patisca le stesse privazioni dei tuoi padri?
Abbiamo tutto.
O almeno: abbiamo quello che ci hanno insegnato essere tutto.
La cintura El Charro, i jeans Roy Rogers, il Ciao e qualcuno il Fifty, per non parlare poi degli scooter. Abbiamo la mancetta settimanale e il cinema al sabato, le discoteche aperte la domenica pomeriggio. Abbiamo la BMX e i cartoni animati giapponesi, i videoregistratori, i cellulari, le sigarette nascoste nei pennarelli e un sacco, ma davvero un sacco, di noia.
Nessuno ci dedica film, o libri. Nessun poeta o cantautore o pittore intende consegnare alla Storia un ritratto dei ragazzi che siamo.
Siamo i nipoti degli eroi maledetti, nati negli anni del pensiero positivo e della dieta a tutti i costi, della palestra promossa da bene di lusso a prima necessità.
Abbiamo sollevato pesi adatti a rinvigorire ogni muscolo del corpo, in ogni peso c’è il nulla, in ogni muscolo tutto quello che c’è attorno al nulla.
Ci siamo ritrovati al termine della notte senza mai averci viaggiato dentro.
E comunque: non lamentatevi, pontificano i nonni. Non lamentatevi, si raccomandano mamma e papà, non più sessantottini. E non ci lamentiamo mica, infatti. Per che cosa dovremmo lamentarci?
Non stiamo male. E non stiamo nemmeno tanto bene.
Stiamo. Punto e basta.
Eredi, nostro malgrado, di una congenita malinconia che a tratti reclama tempi di lotta, tempi in cui per le idee valeva la pena di combattere, uscire in gruppo, discutere, passare nottate e nottate fumando canne, pur di fare qualsiasi cosa non fosse altro che starsene a sperare.
Sperare in che cosa, poi? Sperare che tutto vada per il meglio senza muoversi.
Sperare che le cose cambino, forse, certo.
Ma con noi, per farle cambiare, devi farci stare bene. Ma bene davvero.
O farci stare male. Ma male davvero.
Non c’è via di mezzo.
Ci siamo esercitati in apatia, signori.