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SICCOME NON HO ANCORA POSTATO NIENTE
Siccome ho da tempo l'invito a scrivere qui, ma ancora non ho postato niente, mi permetto di copiaincollare da www.librialice.it la seguente notizia, appena appresa:
Citati in giudizio David Lane e Laterza
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha citato in giudizio per diffamazione l'autore del libro L'ombra del potere David Lane e gli editori Laterza che hanno pubblicato il saggio del corrispondente italiano dell'Economist, "chiedendo al Tribunale di Roma la liquidazione di oltre un milione di euro di danni morali". Il volume era già stato pubblicato un anno fa per le edizioni Penguin. "Gli Editori Laterza e l'Autore ritengono prive di fondamento le argomentazioni della citazione, alla quale risponderanno nei modi e nelle sedi previste dalla legge": così hanno dichiarato i querelati.
I libri fanno paura. Ancora. Fa piacere, che facciano ancora paura. Adesso temo emo per le numerose opere di fiction uscite negli ultimi 3 anni che esprimono il sogno della morte del premier: da L'omicidio Berlusconi (Edizioni Clandestine, 2003) di Andrea Salieri passando attraverso Chi ha ucciso Silvio Berlusconi (Ponte alle Grazie, 2005) di Giuseppe Caruso fino a 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005) dei Babette Factory. Chissà cosa capiterà a questi colleghi, che mi sa che non ce l'hanno mica un milione di euro, neppure a mettersi tutti insieme.
La NoBrain Productions non è mai stata meno lieta di annunciare l’imminente uscita del romanzo “Il Banco dei Somari”, di Gianluca Mercadante, nella prestigiosa collana “C.S.N.S. (Cestinati Senza Nessuna Speranza)” dell’editore milanese NoReply. In tutte le peggiori librerie d’Italia, entro e non oltre l’Armaggedon. Nell’attesa, siamo naturalmente costernati di anticiparvene l’estratto che segue. Se ne caldeggia la lettura a soggetti stitici e/o insonni.
Mi lascio la stazione alle spalle. È l’una passata. Non ho freddo, cammino col giubbotto aperto. La notte sospende quasi tutto. Attraversarlo, quel quasi tutto, significa incidere di proprio pugno una ferita dentro al silenzio. Una ferita senza sangue, solo pulsante di un sé e di pensieri che cercano anche loro una notte qualsiasi, in testa. Bisogna però prestare molta attenzione. Bisogna camminare senza fretta, altrimenti hai presente quelle sferette souvenir che le scuoti e ci si solleva tutta una neve? Ecco, se al posto della fronte avessi un vetro, in quei momenti, mi accorgerei allora che il mio cervello è più o meno così. E il fatto che stasera, anche in centro, ci sia foschia, mi aiuta a tornare sui viali della Città con un’emozione meno torrida, laggiù nella pancia. La foschia appanna le cose, ma solo un po’, quel tanto che basta. Come succede allo specchio del bagno, certe mattine, quando fuori fa molto freddo e il riscaldamento è acceso da poco. Allora capita che ti avvicini di più al riflesso per farti la barba e il tuo solo alito, il tuo calore, appannano lo specchio. E della barba non t’importa più.
Così la foschia. Anestetizza la vista. Intorpidisce lo sguardo.
Raggiungo a piedi Via Ariosto, passando prima per un viale alberato e poi attraverso una piazza che si direbbe un pezzo di Svizzera avanzato e poi buttato lì, tanto curate sono le aiuole, l’aspetto degli edifici. Di novità lampanti, noto solamente un sacco di rotonde sorte ovunque, molte provvisorie, coi panettoni in cemento tutto intorno alle righe sull’asfalto, come se la strada avesse il morbillo - e sui bubboni qualcuno, bontà sua, ci ha pure passato il talco.
Il mio portone, invece, è il solito di sempre. Così le chiavi.
Mia mamma mi aspetta sulla porta, al quarto piano. Ci abbracciamo senza dirci nemmeno una parola. Solo in cucina, e non prima che mi veda comodo, mia mamma inizia a intavolare due chiacchiere.
- Parliamo piano, Roby, che il Papy dorme. -
- Va bene, mamma. Certo. -
Veramente mi ero accorto - e da qualche minuto - di un rumore insolito, ma non ci avrei badato troppo se qualcosa in quel momento non mi avesse urtato la punta del piede. Mi abbasso per guardare sotto al tavolo e vedo un disco volante. Come nei cartoni animati, con un ovulo più alto al centro, in cui vortica una pallina che guida l’insieme a tutta dritta verso il mio piede sinistro. Lo sollevo di scatto, ed ecco il disco volante partire a razzo, si schianta contro la parete opposta con un plop, ritorna indietro e sbanda contro lo spigolo del mobile tv, fa tlunk un attimo e di nuovo si lancia in un’altra direzione ancora, sempre strisciando sul marmo.
- Mamma... cos’è quella roba? -
- Quella roba si chiama Brighella. Pulisce il pavimento. L’ho vista alla tele e l’ho subito comprata. E... guarda che gentili... in omaggio alle prime dieci telefonate c’era un set di cento salviette rotonde. -
- Salviette rotonde? -
- Non le vedi? Sono fatte a forma di Brighella, tu gliene metti sotto una e lei ti toglie tutta la polvere da terra. -
- Ok, mamma, io vado a dormire. -
- Ma... e non mi racconti niente? Come va il lavoro? -
- Bene. -
- Sei ingrassato, lo sai? -
- Sì. -
- Ma stai bene? -
- Certo. -
- Sicuro? -
- T’ho detto sì. -
- Sicuro sicuro? -
- Mamma... -
- No, perché se non stai bene, domani chiamo il dottore e... -
- Mamma! -
- ... -
- Buonanotte. -
Cerco di andare a letto, ma Brighella mi segue in corridoio. Le mollo un calcio. Lei fa plop, tlunk e pure patapam, poi finisce dritta dritta nello sgabuzzino in fondo, con un goal di tacco.
Meriterei un’ola, ma mia mamma è fuori che fuma sul balcone. Pazienza.
Me la faccio da solo.
NOI ASPETTIAMO FUORI
Rubrica di interviste politicamente scorrette
(un’iniziativa NoBrain Productions)
02
Buongiorno.
Buongiorno.
Lei si chiama?
Valerio.
E nella vita fa il finanziere, signor Valerio, ho indovinato?
Sì… certo che ha indovinato… Come fa a saperlo, lei chi è?
Uno che faceva la sua stessa strada, in macchina. La vede? La mia l’ho parcheggiata proprio dietro alla sua, laggiù.
Quella Clio grigia?
Quella Clio grigia.
E che c’entra la sua macchina col fatto che io faccio il finanziere e lei lo sa? Lei chi mi rappresenta, chi è, come si permette? Le sue generalità, avanti.
Mah, io volevo soltanto…
Le sue generalità, ho detto, si qualifichi, mi dia un documento. O la faccio arrestare.
(Gli porgo la carta d’identità.)
Cos’è?
Una carta d’identità.
Non faccia lo spiritoso che non si è messo in una bella posizione, glielo dico subito.
Bella posizione? Sto in piedi, come lei.
Senta, non dica più una sola parola o la faccio arrestare davvero, stavolta, sono stato chiaro? Cos’è quello. Quella cosa che ha in mano. Mi risponda e punto.
Ah, questo!... È un registratore.
Un registratore?! E cosa se ne fa?
Faccio interviste. Vorrei intervistarla, è per questo che l’ho avvicinata.
Intervistarmi a me? E perché? Cos’ho da dire, io?
Non saprei.
Lo spenga.
Prego?
Lei non è autorizzato.
A fare?
A mantenermi in faccia quella cosa lì. Lo spenga e lo ritiri, prima che glielo sequestro.
(Metto il registratore nel marsupio. Faccio in modo che il signor Valerio senta scattare lo stop, ma quando sto per richiudere la lampo della tasca premo piano il rec, mi sgancio il marsupio dalla vita e quindi lo porto a tracolla.)
Adesso va meglio. E che domande vorrebbe farmi, lei? Sentiamo, sentiamo… sentiamo questo grande giornalista. Tenga, intanto.
Con le mie generalità siamo a posto?
Sentiamo il grande giornalista, sentiamo.
Un “grande giornalista” non parlerebbe con lei del suo cappello.
Il mio cappello?
Già. Sa come ho fatto a sapere che mestiere fa? Lei, signor Valerio, mette il cappello sul lunotto posteriore. Cosa significa, per lei, il suo cappello?
…
Perché lo mette lì?
Lei è pazzo. Sta dicendo un mucchio di fesserie. Se ne vada o la faccio arrestare.
(Invece se ne va lui. Gli sto al passo.)
Un cappello da finanziere sul lunotto posteriore aiuta l’eventuale automobilista distratto a evitare un incidente con lei?
Ma… ma come si permette?! Come osa?!
Molte auto sul lunotto hanno l’adesivo “bebé a bordo”, proprio perché segnalare la presenza di un bambino in macchina suggerisca di prestare più attenzione a chi sta dietro.
Questo non basta di sicuro a impedire gli incidenti.
Certo. Soprattutto se si corre.
Appunto. E io non supero mai i limiti.
Ma davvero? Allora lo hanno aumentato a 220 soltanto stanotte…
Non sono mai andato in vita mia a una simile velocità.
Eppure mi è parso, seguendola del tutto casualmente lungo il tratto Alessandria – Gravellona Toce, che entrambe le nostre auto procedessero alla stessa velocità.
…
D’altronde, non c’è traffico… non c’è polizia… insomma, uno pesta.
Se ne vada. Glielo ripeto, lei non è autorizzato.
A intervistarla? Ma mica la sto intervistando. Il registratore l’ho spento.
Se ne vada.
Se fossi stato un poliziotto, anziché un giornalista, avrei dovuto multarla, lo sa? Ma, naturalmente, avrei prima fatto caso al cappello…
Un cappello non vuol dire niente. L’ho soltanto messo lì. E adesso la pianti.
Io la pianto, certo, ma un cappello posato casualmente è un conto. Il suo, mostrava chiaramente il simbolo della Finanza, capisce?
Senti, dove vorresti arrivare? Eh? Che minchia stai dicendo, adesso?!
Sto dicendo che un cappello rivolto all’esterno così, in quel modo, sul centro esatto del pianale, ha un significato. E vorrei sapere che significato ha.
…
Signor Valerio, il suo cappello della Finanza contro il lunotto posteriore, evita le multe e intimorisce eventuali guidatori imprudenti? Della serie: occhio, prima di fare un incidente con me, perché vi rovino?
…
E tu, collega, lascia perdere? Significa questo, signor Valerio, il suo cappello sul lunotto posteriore, col simbolo della Finanza in bella mostra?
…
Risponda almeno a questo, no? All’intervista ci rinuncio.
…
Signor Valerio?
…
Grazie mille. Buona giornata.
COLLOQUIO
-Buongiorno
-Mi dica, mi dica
-Sono qui per il colloquio
-Il colloquio?
-Sì… per quell’annuncio…
-Come crede
-In che senso?
-Senta, faccia un po’ quello che vuole
-Vorrei fare il colloquio!
-Gliel’ho detto, faccia come crede
-Benissimo, sono pronto
-Pronto per cosa?
-Santa pazienza! Per il colloquio, no?
-Bene, avanti!
-Beh? Non mi fa delle domande?
-Come si chiama?
-Gessetti Marco
-Può andare
-Come sarebbe “può andare”?
-Il colloquio è finito!
-Non mi ha chiesto niente!
-Senta, guardi, ha insistito lei! Io, avrei già finito prima di iniziare
-Almeno valuti le mie competenze!
-Cosa sa fare?
-Allora, innanzitutto ho una laurea in scienza dei materiali biodegradabili e loro applicazioni fisiche nella geopolitica di sistemi complessi
-Le ho chiesto cosa sa fare
-In che senso?
-No, dico, mi capisce quando parlo? Cosa sa fare?
-So calcolare le variabili interne a un sistema…
-Se ne vada, ho da fare
-Ma lei mi ha chiesto…
-Le ho chiesto, e non intendo ripeterlo un’altra volta, COSA SA FARE!
-Guardi, non capisco
-Niente, lei non sa fare niente!
-Credo di possedere le competenze per il tipo di lavoro che…
-Quale lavoro?
-Quello per cui sono qui!
-Non c’è nessun lavoro
-Ma non ha senso!
-Guardi, io gliel’ho detto fin dall’inizio, sono stato chiaro: faccia come crede, le ho detto
-Sì ma io pensavo che…
-Questo è il vostro problema: pensate invece di ascoltare!
-Allora vado…
-Se vuole rimanere, rimanga. Sa quanto mi interessa!
-Allora arrivederci
-Arrivederci
Ricevo e volentieri pubblico.
Scrivo questa mia personalissima riflessione dopo un'attenta lettura dell'articolo di Marco Politi sulla Repubblica del 21/07/05 a pagina 13 intitolato "Il vescovo: i rapporti gay mettono in crisi la virilità", dove vengono spiegate le idee di Monsignor Scatizzi riguardo l'omosessualità. Ho riflettuto un'intera giornata prima di mettermi a scrivere: l'idea principale era "ne varrà la pena?". Si può davvero dar peso a opinioni così violente e volgari, specie considerandole
enunciate da un esimio rappresentante della Chiesa Cattolica?
La risposta evidentemente è stata sì: troppo deboli sono sempre le voci di difesa nei confronti di chi è giudicato un "diverso". Scrivo perchè io posso davvero considerarmi un cittadino qualunque che vuol dire la sua: pago le tasse e ho
diritto di voto. Non vesto però paramenti color porpora e devoti non baciano il mio anello, sigillo e simbolo dell’amore di Cristo. Per questo, nel parlare, non detengo la responsabilità di rappresentare milioni di fedeli, non parlo in nome di Qualcosa o Qualcuno più in alto di me. Sono responsabile solo delle mie parole, dei miei pensieri, del mio ardire di
parlare. Pur considerando brunianamente l’ideologia del Vescovo di Pistoia "una costellazione di pedantesca ostinatissima ignoranza e presunzione mista con una rustica inciviltà", non voglio commettere l’errore (volgare
anch’esso) di spazientrimi ed armare le parole di intolleranza e di dissenso, atteggiamento che poco si addice ad un dibattito democratico.
Perchè di democrazia qui si parla: già da cittadino, pubblicamente, bisognerebbe placare i toni e prepararsi all’ascolto, ancora di più io credo se si è membri di una Chiesa che si autodefinisce universale.
Arrivando al dunque: il Vescovo esplora nuovamente il tema ritrito di un’etica naturale a cui fare riferimento, sottolineando la naturalità di un’identità maschile da salvaguardare.
tonaca e viri oranti.
La domanda è questa: si può veramente parlare di un’etica naturale e quali sono i suoi fondamenti? Ad osservar le bestie mi verrebbe da pensare all'incontro tra i sessi come un barbaro e bieco atto riproduttivo! Così lungi doveva incorrer l'uomo per poi accorgersi di dover voltarsi... (non fisicamente, lo voglia Iddio) e riscoprire la sua anima ferina? Ed in merito a questa benedetta identità maschile, siamo ben certi che sia frutto di natura e non una complessa e
artificiosa struttura figlia di una cultura di inizio novecento?
A tal proposito propongo a Sua Eccellenza un’attenta lettura di un saggio interessante "Gentiluomini e canaglie: l’identità maschile tra ottocento e novecento" di Angus McLaren, che potrebbe essere illuminante nel distrarlo
dal suo panico morale. So di essermi ironicamente già risposto, quindi anch’io in questo dibattito ho fallito, ho fallito in quell’apertura della mente che predispone all’ascolto, unica vera potenza produttiva di pace. So
però di non aver parlato in nome di una Verità e quindi mi predispongo ad ogni risposta, che possa ampliare i magri confini del mio pensare.
Simpaticamente :-)
Lorenzo Bianco
Dopo i recenti fatti di Londra, lo scrittore Alessandro Baricco interviene a questo proposito sul quotidiano "La Repubblica", giorni fa, in un dibattito a tre voci che coinvolge oltre a lui Scalfari e Scurati. Argomentando l'inutilità di questo ennesimo attacco all'occidente e sottolineando quanto sia scorretto in termini di vera e propria guerra colpire a sorpresa vittime innocenti (Pearl Harbor forse non rientrava nelle nozioni storiche care al nostro, al momento, ma certamente si trattava di un puro e semplice vuoto di memoria), Baricco a un certo punto si lancia in una curiosa e alquanto incomprensibile filippica sulle tattiche di guerra. E asserisce infine che "la guerra ha un suo galateo".
Ora.
Alessandro, perdonami: le parole "guerra" e "galateo", nella stessa frase, no. Ok? E chi ha orecchie per intendere, intenda. Io mi fermo qui.
Buona giornata a tutti.
G.
NOI ASPETTIAMO FUORI
Rubrica di interviste politicamente scorrette
(un’iniziativa NoBrain Productions)
Buongiorno.
Buongiorno.
Lei si chiama?
Mario.
E cosa fa nella vita, signor Mario?
Niente. Sono disoccupato.
Cioè, lei non ha un lavoro?
Esatto.
O non è occupato?
…
Mario?
Sì?...
Le ho chiesto se “disoccupato” per lei significa non avere un impiego lavorativo fisso o, più semplicemente, essere disimpegnato al momento.
…
Mi segua: “disoccupato” significa?...
Che non ho un soldo per mangiare.
Quello è essere povero, allora. Lei, sig. Mario, è una persona povera?
Povero, sì.
Lei non possiede un quattrino in tasca?
No.
Un conto corrente bancario?
No.
Un sussidio qualsiasi?
No.
Quindi è un povero.
Esatto.
E secondo lei essere poveri è una condizione umana di profondo disagio.
Certo che lo è.
Perché non può comprarsi nulla?
Niente.
Non può pagare le bollette e l’affitto di casa?
No, non posso.
Dunque, un povero non può vivere.
No, non può vivere.
E come mai risponde alle mie domande? A quanto pare, è vivo.
…
Mario?
Sì?...
Vediamo di capirci. Lei è povero, dico bene?
Sì.
È disoccupato, ho ragione?
Sì.
Quand’era occupato… o meglio: quando aveva un lavoro, poteva pagare le bollette, l’affitto o il mutuo di casa, nonché eventuali vizi, è così?
Certo. Avevo uno stipendio.
Infatti, eccoci al punto: lo stipendio, faceva di lei una persona ricca?
No.
Quindi, nonostante percepisse un salario relativo alle sue competenze, lei mi sta dicendo che era comunque povero. Ho capito bene?
Sì.
Lei è sempre stato povero, signor Mario.
Sì.
E un povero non può vivere, siamo d’accordo su questo?
Sì.
Allora lei si sente un morto.
Praticamente.
Perché non ha uno stipendio.
Esatto.
Il fatto di non avere uno stipendio la induce a credersi morto.
Sì.
Essere un disoccupato ed essere morto, per lei, signor Mario, sono la stessa cosa?
Credo di sì.
I morti sono tutti disoccupati, allora?
Per forza, non hanno niente da fare, loro.
Come lei.
Come me.
E fare qualcosa la farebbe sentire ancora vivo, signor Mario?
Beh, se posso avere qualche soldo in mano, io…
Non intendevo questo, signor Mario. “Fare qualcosa”… al di là della retribuzione, la aiuterebbe a sentirsi ancora una persona viva?
…
Signor Mario?
Sì?
Grazie mille.
Grazie a lei.
Buongiorno.
Buongiorno.
Signori, un saluto a tutti.
Nel tentativo speriamo non vano di allietare la vostra estate con letture di piacere, ottime in ogni caso anche per il bagno (soprattutto se stampate su carta velina), proponiamo qui di seguito un lisergico brano scelto dal romanzo d'esordio di Gianluca Mercadante, "Il Banco dei Somari", in uscita dall'editore NoReply entro il giorno del giudizio universale. Su Readucational Channel! :-)
G.
Non avevo mai visto i miei genitori nudi. A colazione mia mamma già fumava, sul terrazzo, come suo solito, e mio padre prima aspettava che lei rientrasse, poi ciondolava già stanco fino alla portafinestra e con un angolo della tendina spannava la condensa. Che fuori ci fosse sole, vento, pioggia, neve, grandine, che ci fosse la nebbia, Cristo risorto, la Madonna, il Capo dello Stato, Marina Morgan, o l’Apocalisse, ripeteva una frase sola, tutti i giorni:
- Che schifo di città. -
Questo era il mio buongiorno.
Ogni tanto guardavo fuori e per farlo meglio anch’io spannavo il vetro. Non era certo un punto di osservazione favorevole, quello, siccome la facciata del nostro palazzo guardava verso l’ospedale, quindi tutto il paesaggio più centrale restava davanti al muro cieco, addossato all’ascensore.
Da quella fessura posticcia, vantavo però una visuale perfetta sulla casa di fronte. Un edificio degli anni Trenta, credo, o poco più tardo.
Se mi fossi appostato durante il giorno, avrei avuto di che annoiarmi. Era quando rincasava mia madre, verso le otto e mezza, o le nove, il tempo giusto per passare all’azione. Allora, dalla casa di fronte, un piano o due più giù, una finestra gettava nella sera, ritagliata, l’immagine di una ragazza senza testa.
Era sdraiata a letto e la tapparella, non del tutto alzata, interrompeva il suo corpo appena sopra le spalle. Forse aveva i capelli corti, forse li avrà avuti lunghi, non saprei. Il suo era un corpo a cinemascope, nudo.
La ragazza senza testa non poteva notarmi. Nemmeno se di colpo avessi acceso ogni luce, o l’avessi addirittura salutata con la mano, in ogni caso la sua tapparella mi avrebbe nascosto. E forse ci contava. Io sto qui tutta nuda e chi mi vuole guardare mi guardi, tanto non lo vedo.
Dovevo averla sognata la notte prima che iniziasse la scuola - e in modo tanto viscerale che il dolore alle mani, là dove il pugno stringe, lo sentivo bene ancora al mattino. Ed era in effetti lì, in quel punto, che avevo stretto forte la ringhiera, in sogno.
Mi ci stavo appena affacciando quando il balcone si scollò di netto dal palazzo, con me aggrappato alla ringhiera. Planò in basso, lentamente, verso la finestra della ragazza senza testa. La stanza era buia, le tende tirate, grigie. Il balcone ruotò a strappi, sull’aria dura, e si mise faccia a faccia col mio palazzo, di cinque piani, dove al quarto ora c’era una crepa rossa, tutta frastagliata di calcinacci biancastri, insanguinati, che si perdeva lungo il resto della fiancata a lato.
Il balcone puntava indietro, all’edificio alle mie spalle, proprio dove abitava la ragazza senza testa. Appena urtato il suo parapetto, lei affiorò dall’oscurità. Scostò le tende, gli infissi, e saggiò col piede la stabilità del mio terrazzo. Si era issata sul davanzale e veniva in qua, le spalle a filo della tapparella.
E alla vista del collo mozzato gridai fortissimo, stringendo la ringhiera con tutta la forza che avevo in corpo. Era sul balcone, ora, sul mio balcone, e con la mano viva mimava una bocca che parla, parlando davvero però, e con una voce di donna perfetta, perfino un po’ incazzata.
- Ma sei matto? Gridare così a quest’ora... e per che cosa, poi?! Non lo sai che la gente dorme? Ah, cominciamo bene, mio caro, proprio bene! Dai, andiamo. -
“Dai, andiamo” lo aveva detto al balcone, non a me. Il tetto del mio palazzo scorreva sotto di noi. Dopo quello, dopo via Paggi deserta, dopo altri palazzi rovesciati, nuovi, ecco la Città.
Era tutta bianca, la Città, l’aria sapeva come di zucchero filato, la notte era muta. Nessuna delle auto che sentivo dalla mia stanza correva per le vie, nessuna finestra filtrava i lampi di un televisore acceso, nessuna coppia gridava respiri dalle camere. Tutto era qualcosa di indeciso e immobile, lasciato da qualcuno che aveva iniziato a pensare seriamente a una città, aveva buttato giù appunti, i tracciati delle strade, la disposizione migliore per i vari edifici, ma nient’altro di più compiuto.
La ragazza senza testa aveva l’aria di fissarmi. Col moncone di collo accennava un movimento e dovevi averne di coraggio per scommettere se dicesse sì oppure no. Il suo era un progetto, l’inizio di una descrizione di gesto. Esattamente come la città, o i miei pensieri.
Tutto, in quel luogo, era un disegno abbozzato, era una prima prova, era il graffio antico sotto le ultime pennellate. E l’aria di quel posto m’impiastricciava il viso di colla dolce, la sentivo spaccarsi piano a ogni mio sorriso, a ogni mio grido di gioia, di sorpresa, di paura trasfigurata.
- Guarda bene questo edificio qui a destra, Roberto. Ora ci passiamo proprio davanti, e con mooolta più calma, vero? -
Il balcone rispose di sì inclinando di un poco la rotta, grosso modo a metà altezza di quella strana costruzione. Non che di strano in sé avesse poi molto, in effetti. Solo, non c’era niente che andasse rifinito, o architettato di sana pianta, quando invece agli altri palazzi mancavano del tutto le tegole sui tetti, o linee schizzate nero su bianco indicavano finestre e terrazzi, addirittura scomparivano a un tratto, così, come se chi li avesse disegnati si fosse stancato davvero di farlo e avesse interrotto il lavoro a metà.
Questo, invece, era un edificio lungo e rettangolare, con tutte le finestre aperte, una a una, ma senza nemmeno una piccola porta. Giravamo attorno ai quattro angoli e non si notava alcun ingresso. Né a pian terreno, né, per assurdo, ai piani elevati. Niente. Ogni finestra aveva la luce accesa e insieme sfrangiavano simmetricamente la porzione di notte in cui volteggiavamo, salendo e scendendo, senza più quasi fiatare.
- Questa è la Casa dei Destini. - Mi spiegò la ragazza senza testa - Guarda cosa c’è in questa finestra... -
- Chi sono quei due? - Chiesi.
Ma un odore di biscotto Plasmon si stava mescolando al profumo dello zucchero filato, nell’aria del sogno. Erano le Alfa di mia madre. È sui vestiti, ma pure sulle mani, che la puzza di quella sigaretta si trasforma curiosamente in un aroma da biscotto Plasmon.
Mi svegliai nella sua carezza. La Casa dei Destini, la ragazza senza testa, scomparvero nell’odore delle mani di mia mamma, oltrepassate.