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Prima cosa, ringrazio pubblicamente Gianluca del suo pezzo su Fernandel, che mi ha fatto assai bene all'umore. Poi segnalo che qualche cosa avviene su www.orepiccole.org, e lo si capisce leggendo la serie La rivista. Ciao a tutti.
Tanella
Non si può più dire “televisione”, ma si può dire “modalità di persuasione del buon senso collettivo”.
Non si può più dire “radio”, ma si può dire “induttore di motivetti da toilette”.
Non si può più dire “libro”, ma si può dire “materiale sovversivo”.
Non si può più dire “arte”, ma si può dire “esaurimento nervoso”.
Non si può più dire “artista”, ma si può dire “individuo insicuro”.
Non si può più dire “amore”, ma si può dire “contratto”.
Non si può più dire “cervello”, ma si può dire “materiale irrecuperabile”.
Non si può più dire “dialogo”, ma si può dire “talk show”.
Non si può più dire “lingua italiana”, ma si può dire “linguaggio comune da utilizzare solo in caso di estremo pericolo di conversazione”.
Non si può più dire “pensiero”, ma si può dire “l’ha detto il telegiornale”.
Non si può più dire “intellettuale”, ma si può dire “disoccupato”.
Non si può più dire “lavoro”, ma si può dire “metodologia di sopravvivenza applicata”.
Non si può più dire “stipendio”, ma si può dire “mancetta”.
Non si può più dire “aumento”, ma si può dire “il bastone e la carota”.
Non si può più dire “ribelle”, ma si può dire “individuo incapace di interagire”.
Non si può più dire “libero pensatore”, ma si può dire “coglione”.
Non si può più dire “società”, ma si può dire “telespettatori”.
Non si può più dire “elettore”, ma si può dire “lobotomizzato”.
Non si può più dire “libertà di espressione”, ma si può dire “complesso di superiorità”.
Non si può più dire “comunista”, ma si può dire “confinato politico”.
Non si può più dire “fascista”, ma si può dire “unto dal Signore”.
Questa lettera d'amore l'ho postata su Factory (http://www.factory.splinder.com) giorni fa, su idea del mio buon amico Marco Nardini. Un vulcano, Marco. Ti chiede una lettera d'amore, ok, ma tu dopo la puoi indirizzare un po' a chi ti pare. Qualche giorno prima delle elezioni, allora, ho scritto questa benedetta lettera che poi Marco ha messo on line più tardi, a cose fatte (ma davvero?...), eravamo d'accordo così. Adesso la lascio anche qui, nell'ultima fila. Buona Pasqua a tutti. Se potete.
Vercelli, 04 Aprile 2006
Cara Italia,
quando leggerai questa lettera, il 9 Aprile sarà passato da un paio di giorni e noi, che ora stiamo ancora assistendo ai vari faccia a faccia televisivi fra leader ed esponenti dei due opposti poli, scopriremo a quale risultato questa campagna elettorale sarà infine giunta.
Per adesso sono abbastanza perplesso. Ti dirò, andavo alle urne con uno spirito ben diverso, i primi tempi. Appena compiuti i diciott’anni era addirittura “speciale” entrare lì. Da piccolo, quando erano soltanto i miei genitori a votare, ero costretto ad attendere fuori dalle cabine. Mi chiedevo cosa si facesse di tanto segreto, lì dentro. Poi, crescendo capisci che di segreto non c’è più neppure il simbolo sul quale effettivamente tracci una croce. Cara Italia… la gente si scanna quando parla di politica. Hanno una passione che vorrei riscontrare nei nostri politici, una tantum, ma invece. Percepisco un tale accanimento nei discorsi delle persone, un tale fervore, misti a un’abissale ignoranza buona che il popolo tutto sommato mantiene, nonostante oggi i mezzi per informarsi un tantino meglio rispetto a quanto si dica in televisione esistono, eccome. Si trovano quantità di verbali su sentenze effettuate a carico di esponenti politici, sulla rete, che c’è da chiedersi come mai questi signori, quando entrano in campagna elettorale e invadono le città, giustamente, coi loro manifesti, le loro facce e i loro slogan, ecco: c’è da chiedersi in tutta onestà come mai i politici che noi siamo chiamati a eleggere non aggiungano a queste indispensabili fonti d’informazione diretta anche le condanne che dovrebbero scontare, gli avvisi di garanzia che gli pesano sulla testa, e naturalmente i motivi per cui forse dovrebbero venire incarcerati. Questo non per il loro male, ci mancherebbe, in galera non voglio mica vedere nessuno, cara Italia, però, visto e considerato che in politica ci vanno per evitare la prigione, almeno si sappiano esattamente i perché e i per come. Visto che il massimo delle informazioni reperibili su Internet è per iscritto, e in Italia stando alle solite statistiche si legge assai meno di quanto si scrive e si pubblica, sarebbe un buon mezzo. Almeno secondo me. Voto l’onorevole tal dei tali perché mi piace il suo partito, ho apprezzato in linea di massima quello che a pezzi ho messo insieme del suo programma, fra una trasmissione e l’altra, e poi i suoi crimini li ritengo inferiori, per gravità e sentenze emesse, rispetto a quelli di un altro deputato.
Ma ti sto parlando di cose che sappiamo un po’ tutti, non è vero? Così si dice. In questo bazar della democrazia (che di democratico non ha davvero un bel niente), è complicato ragionare in senso obliquo. Il bipolarismo che divide le forze politiche in due netti schieramenti, impedisce per qualche ragione forse subconscia di intravedere sfumature. Nella massa il pensiero civile, etico e attualmente umano si divide a sua volta, o così tende a fare. Se però penso al 9 Aprile, cara Italia, ed ecco tornati al perché ti scrivo, penso che là, nella cabina elettorale, tornerò nella medesima condizione in cui mi trovo in questo preciso momento. Cambiano i mezzi, certo: ora ho una tastiera e uno schermo, davanti, domenica (o lunedì mattina) avrò una matita e una scheda piena di simboli. Eppure, alla stessa maniera con cui so che la lettera che ti sto scrivendo verrà pubblicata e letta, così pure il mio voto diventerà altrettanto pubblico, influenzerà – com’è sacrosanto – un risultato che riguarda quella “massa” di cui parlavo un istante fa. Non posso essere tanto egocentrico da illudermi che, per qualche motivo, riesca a escludere me stesso da questa situazione, tanto meno con un voto. E allora, cara Italia, mentre il tubo catodico, i giornali, le radio e la rete inondano le case di facce sorridenti e molto brave a parlarsi addosso, perfino quando hanno minuti e spazi precisi da usare perché la gente, la massa, possa finalmente intuire, e dico almeno intuire, dove sarebbe meglio mettere una croce nell’interesse di tutti, ti dico: la democrazia di cui tanto si parla in realtà non c’è. Se decido di non votare per la destra, so per chi non sto votando. Nel bene e nel male, lo so. Se quindi credo sia meglio votare per la sinistra (e lasciamo perdere in entrambi i casi gli ideali, in un periodo tanto particolare come questo non saprei fino a che punto valga la pena di tenerli presenti, gli ideali, dire “ho votato nero, o rosso, per cinquant’anni, continuerò a votare nero, o rosso, finché campo”, adesso proprio non è il caso), ecco… lì non so davvero cosa ci sia. Se dovessi dare un volto alla Sinistra Italiana, se dovessi tracciare un identikit, dettagli si avviluppano fra di loro, ricordi cambiano, sensazioni sfumano, parole incespicano, e quello che ne uscirebbe… beh, chi assume abitualmente acidi forse capisce cosa intendo.
La destra. La sinistra.
In un Parlamento messo così, dove soltanto uno dei poli in opposizione vanta di fatto, che piaccia o meno, un’identità, mentre l’altro sembra tanto l’elefante impantanato che per altro ben s’incarna nel capo stesso di quella coalizione, sinceramente cara Italia credo che la democrazia esista, ma soltanto sul dizionario. Dove non c’è una reale alternanza, non c’è una reale scelta.
Alle urne ci vado, comunque, e ci vado perché, anche stavolta, voglio sperare in meglio. Spesso succede in amore. Non so se si vota per amore, questa lettera, al limite, te l’ho scritta per amore. Però, è vero. Quando le cose vanno male, in una coppia, in genere si fa un tentativo per cambiare. E, di tanto in tanto, capita che le cose poi si sistemano. Magari per un po’. Solo per un po’. Ma sarebbe già qualcosa, non trovi?
Ciao.
Gianluca Mercadante
Io spero leggerà
egregio Presidente
la lettera presente
se tempo mai ne avrà.
La posta mi darà
prima di domattina
la vostra cartolina
che in guerra m’invierà.
Ma io non sarò mai
Egregio Presidente
il boia o l’assassino
di gente come me.
mi creda ma non è
per darle del fastidio
in cuore ho già deciso
che io diserterò.
Mio padre non c’è più
i miei fratelli andati
e i figli disperati
a piangere con me.
Mia madre come lui
è dentro la sua tomba
e i vermi od una bomba
che cosa cambierà.
Quand’ero in prigionia
qui tutto mi han rubato
la moglie, il mio passato
la mia migliore età.
Domani mi alzerò
e sbatterò la porta
in faccia alla memoria
e in strada me ne andrò.
Di carità vivrò
sulle strade del mondo
e a tutti fino in fondo
io questo griderò
“Non obbedite più
gettate le armi in terra
e basta con la guerra
restatevene qui!”
Se sangue servirà
Egregio Presidente
c’è il suo, se mi consente
lo dia a chi ne vorrà.
La legge violerò
lo dica ai suoi gendarmi
io armi non ne ho...
Boris Vian - Le Déserteur
Traduzione di Giangilberto Monti