© NoBrain Productions
Impara a ricordare i tuoi sbagli, ma non ti aspettare che grazie a questo sarà impossibile ripeterli. A sbagliare qualche volta ci si gode, a fare la cosa giusta non sempre.
Resta saldo ai tuoi principi, e la mappa generale studiala comunque, casomai volessi farti un giretto altrove.
Non avere paura della paura. Meglio non fidarsi troppo di chi in vita sua non s’è mai cagato in mano.
E se invece stai bene, goditela, cazzo, mica è una colpa sentirsi felici.
A tratti si è in due, a tratti divisi: è l’essere divisi sempre, o sovente, che è patologico.
Al giorno che ti nasce un figlio non pensarci adesso, sarà già abbastanza un casino arrivarci vivo – e possibilmente con lei.
Al giorno che muori pensaci, però. O, per lo meno: considera l’eventualità, lascia stare i dettagli.
Al giorno del matrimonio ai dettagli pensaci bene, invece, anzi benissimo: costano più di quanto valgano e durano neanche ventiquattr’ore, per la gioia degli invitati.
Se la realtà non è come te la immaginavi, porta pazienza: fa ancora in tempo a peggiorare. O a migliorare. In entrambi i casi, il merito o la colpa sono tuoi – e basta.
I sogni inseguili, per carità, ma prima fatti fare il certificato di “sana e robusta costituzione fisica”, non sarà esattamente una passeggiata di salute.
Quando non riesci a parlare, canta.
Quando non hai abbastanza voce, guarda.
Quando non hai pensieri, ascolta.
E quando puoi, chiamami. Dimmi se ce l’hai fatta, almeno tu.
Ricevo e volentieri pubblico
|
|
Il 10 marzo a RomaIo ci sarò |
Sabato 10 marzo a Roma si svolgerà una manifestazione nazionale con un semplice obiettivo: DIRITTI ORA! La manifestazione nasce dalla constatazione che in Italia sembra difficile riconoscere diritti come quelli delle coppie conviventi che ormai trovano spazio in molti stati europei ma anche di altri continenti, Il nostro paese ha bisogno di vedere concretamente affermati i principi di laicità delle istituzioni, respingendo ingerenze indebite, attraverso leggi chiare, che mettano al centro l'uguaglianza dei diritti.
I principi di solidarietà sociale e di parità tra cittadini e cittadine non possono essere negati col pretesto della difesa di istituti tradizionali, perché se la società si trasforma è necessario prenderne atto per accogliere nuovi tipi di legami e relazioni.
Per questo noi parteciperemo alla manifestazione del 10 marzo a Roma, nello spirito che è stato del Pride torinese del 2006, in un clima festoso, per l' ampliamento dei diritti di cittadinanza, per la laicità dello Stato e delle sue leggi. Il Governo, il Parlamento e le forze politiche devono sentire la pluralità delle nostre voci e sapere che dal Paese arriva una richiesta semplice e concreta: DIRITTI ORA!
APPELLO NAZIONALE AD ADERIRE ALLA MANIFESTAZIONE "DIRITTI ORA!"
Alle DONNE e agli UOMINI di questo paese così bello e così poco libero. A chi crede che tutti gli esseri umani nascono uguali in DIGNITÀ. A chi ha a cuore la COSTITUZIONE italiana che riconosce DIRITTI e non li vieta a nessuno. A tutte e tutti diamo appuntamento per una grande e festosa manifestazione per la LAICITA' e le LIBERTÀ.
Roma il 10 Marzo 2007
alle ore 15,00 in Piazza Farnese
Per una legge sulle UNIONI CIVILI che riconosca il valore sociale dell'AMORE, eterosessuale ed omosessuale. Per una stagione di riforme fondate sulla libertà e la RESPONSABILITÀ di donne e uomini. Un futuro di PACE passa per la valorizzazione dei diritti delle persone e il riconoscimento che la PLURALITÀ è una formidabile ricchezza.
Diamo la SVEGLIA alla classe politica. Il tempo dei diritti è ORA!.
** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** ** **
CI STIAMO ORGANIZZANDO PER OTTENERE UN SUPER SCONTO SUL COSTO DEL VIAGGIO
011.4325504/5 dalle 9 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 17, lun - giov
011.5211116 dalle 16 alle 19, lunedì – sabato
A seguito di quanto in questi giorni è accaduto a un Governo che inevitabilmente, com’era forse chiaro fin dal principio, è inciampato proprio sulle questioni di Politica Estera, fa piacere tornare per un attimo indietro con la memoria. E non agli anni Sessanta/Settanta, periodo in cui ogni Governo in carica si affaccendava a entrare in crisi verso gli inizi di Maggio, massimo metà di Giugno, al punto tale che il governo tecnico assemblato in seguito veniva definito “governo balneare”, perché era buona abitudine da parte della classe politica dell’epoca sciogliersi in tempo per le vacanze estive. Torneremo indietro soltanto di qualche giorno.
Ci troviamo a Vicenza. O almeno: Cristina, torinese, mi ha scritto dopo essere stata là. Mi è piaciuta la sua lettera. L’ho trovata coerente, mossa da parole intelligenti al punto da squarciare il sottile velo di un colore politico sbandierato come uno scudo. Cristina è lì, cosciente di esserci, consapevole del perché si debba scendere in piazza, obbediente ai bisogni che una democrazia non deve disattendere. Si grida no anche quando il portafogli rimane in tasca e nessuno te lo sta toccando. Si grida no anche quando di mestiere fai il medico, o il muratore, o l’avvocato, o il promotore finanziario, o il tronista. Si grida no perché l’Italia appartiene a tutti e se qualcuno non è d’accordo su qualcosa, la questione non è soltanto politica: la questione è etica, civile. Sebbene le parole “etica” e “civiltà” spariranno presto dallo Zanichelli. Ma questo è il futuro.
Per ora, per oggi, ecco la sua testimonianza.
“Per fortuna il Ministero dell’Interno, il cui compito è appunto tranquillizzare le persone in merito all’ordine pubblico, ci aveva avvisato che a Vicenza avremmo corso grandi pericoli. Così quando ho visto arrivare orsi, spadaccini e streghe, non mi sono spaventata troppo.
Lasciata sfilare la testa del corteo, con le famiglie vicentine e i bimbi vestiti da carnevale, ancora incolume mi sono immersa nell’allegra moltitudine che seguiva.
Tanti, da tutta Italia. Sfilavano con la determinazione di chi non si rassegna ai giochi di potere, di chi ha ben chiaro che certi ideali non chinano il capo alle logiche di opportunismo. C’erano le persone che da mesi presidiano la base Dal Molin, le associazioni, i sindacati, i centri sociali, gli striscioni di sostegno ai pacifisti statunitensi e quelli che chiedono coerenza a una classe politica sempre più allo sbando.
C’erano i NO-TAV, giunti in massa dal Piemonte a portare solidarietà ai loro cugini di lotta, a un’altra popolazione che vede violati i principi di autodeterminazione e che chiede di partecipare alle scelte sullo sviluppo locale. Perché poi sono loro a ritrovarsi le conseguenze ambientali e sociali di decisioni prese da chi, forse, Vicenza non l’ha mai neppure vista.
La protesta non si ferma però alle motivazioni locali. Perché se anche alla popolazione vicentina l’allargamento della base non desse fastidio, io sabato sarei comunque stata là con la bandiera della pace sulle spalle. A chiedere quale vuole essere la strategia di politica estera dell’Italia. A chiedere come si vuole tutelare l’articolo 11 della nostra Costituzione. Permettere che gli USA rafforzino la loro presenza militare sul nostro territorio significa sostenere una logica basata sulla guerra preventiva, sull’espansionismo di chi crede di potersi imporre al mondo; significa accettare che le risorse naturali, il cui bilancio è già in crisi per lo sfruttamento dovuto ai crescenti consumi, vengano destinate a mantenere strutture militari; significa rassegnarsi a sottrarre fondi pubblici agli usi civili – e potremmo citare innumerevoli bisogni, in Italia e nel mondo.
Era un giornata calda, a Vicenza ci avevano accolto il sole e i sorrisi delle persone. Il corteo sembrava non finire mai, abbiamo camminato senza capire quanta gente avevamo dietro, c’era la musica, c’erano gli slogan, c’erano i fotografi; e alla fine c’era un palco dal quale parlava Dario Fo, ma per fortuna eravamo troppi per entrare tutti nello spiazzo – e poi bisognava tornare al pullman, che la strada per Torino è lunga.
Queste occasioni sono anche un po’ una festa. Si rincontrano persone di altre regioni, volti e striscioni con cui avevi già condiviso quel corteo, quel convegno, quel weekend a progettare un mondo diverso. E poi torni a casa incoraggiato, pensando che ognuno di loro, domani, nel suo territorio, riprenderà come te il suo piccolo
costante
quotidiano
sforzo
per la Pace.”
Gentili Somari di questa classe e del mondo tutto,
il vostro affezionatissimo ha pubblicato sulla bella rivista letteraria Orizzonti, attualmente rintracciabile presso le librerie Feltrinelli e in altri punti vendita sparsi nel Belpaese, un’intervista di 3 pagine alla nota attrice Angela Finocchiaro.
Ve ne propongo qui un breve estratto, sperando di farVi cosa gradita.
Un caro saluto,
G.
Sugli schermi ti abbiamo vista recitare diretta da Sergio Castellitto in “Non ti muovere”, un autentico caso letterario diventato film. Accade di frequente che il cinema attinga alla letteratura, ma cosa ti ha spinto come attrice – e come lettrice forte quale sei – a partecipare al progetto?
Ho letto con passione i primi due libri di Margaret Mazzantini, ma questa sua seconda opera in particolare, “Non ti muovere”, è un romanzo molto forte, dalla prosa estremamente evocativa, capace di trasmettere al lettore tutta una serie di emozioni e sentimenti che vanno al di là di una semplice pagina scritta. Con questo spirito ho partecipato al progetto, scoprendo in Castellitto – che già consideravo uno degli attori italiani in assoluto migliori – anche una persona in grado di lavorare nel ruolo di regista. Ottenendo poi risultati raffinati, perché il suo atteggiamento con la troupe è rimasto quello dell’attore intelligente che ha sempre dimostrato di essere: è riuscito infatti a elaborare un testo, fino a rimodellarlo per poi portarlo in scena, inculcando agli interpreti tutto quello che il romanzo rappresentava, senza per questo travisarne il significato e lo spessore. Non so quanti registi sappiano trattare una storia simile facendo altrettanto.
Quali differenze fanno sì che un testo di narrativa diventi adatto al cinema, piuttosto che al teatro?
In entrambi i casi si compie un lavoro drammaturgico sul testo in modo da effettuare un vero e proprio percorso emotivo, sia autoriale che recitativo. Ovvero: se nella pagina scritta la sola prosa di uno scrittore riesce a evocare nei lettori delle sensazioni vive, o una visualizzazione individuale di quanto nel libro si sta raccontando, il teatro necessita di azione. Tutto ciò che nel libro è semplicemente descritto, per quanto benissimo, il teatro non può per sua natura riportarlo allo spettatore così com’era in origine, ma grazie a un intenso lavoro di drammaturgia la sospensione emotiva - che in una narrazione si evolve a parole - su un palco deve assolutamente e necessariamente trasformarsi in un movimento fisico, in un accadimento concreto. Nel cinema è forse più facile ottenere lo stesso risultato. Per quanto un film sia indecente, a qualcosa ci si attacca, è difficile che una storia raccontata per immagini, con una colonna sonora appositamente creata per, si butti via del tutto. Uno spettacolo teatrale inutile è invece una brutta malattia, secondo me. Come si fa a coinvolgere per due ore un’intera platea che si annoia visibilmente? Se in teatro ti racconto qualcosa che inizia da “a” e finisce almeno a “m”, in mezzo sono costretta a inventarmi mille spunti, perfino a improvvisare, se desidero davvero un pubblico partecipe sempre. Il contatto diretto con la gente – per quanto sia delimitato da un palcoscenico -, il cinema non ce l’ha. Ed è un vantaggio non da poco.
http://www.rivistaorizzonti.net

Alle sei e trenta di un’alba color risciacquatura di piatti, al chiarore della luce elettrica, con l’eco ella sveglia ancora nelle orecchie, mi avventurai in bagno a occhi chiusi, guadagnando così sei secondi extra di sonno. Con gli occhi ancora chiusi, mi fermai davanti all’armadietto a specchio, sperando come sempre che durante la notte fosse successo qualcosa, che avrei notato un cambiamento. Ma nulla era cambiato. Non in meglio, comunque.
La solita vecchia faccia non rasata, con l’aria tonta, di un ventinovenne; gli stessi capelli scialbi, lisci, a mezza strada fra castano e rossiccio, che si rizzavano in ogni direzione come una manciata di chiodi arrugginiti; gli stessi occhi iniettati di sangue, stile busset-hound. “Specchio, specchio delle mie brame” dissi “chi è la peggior schifezza del reame?”
“Oggi nessuna novità” rispose la voce, profonda e familiare. “Ancora un pari merito fra un pecoraio australiano alcolizzato, uno strozzino di Beirut e te. Tutt’al più, tu sei in leggero vantaggio”. Una grande mano che sporgeva dalla manica tempestata d’oro di una lunga tunica bianca scese dal soffitto e mi stampigliò la fronte con un enorme timbro di gomma. Lasciò, da empia a tempia, la parola FALLITO stampata a cubitali lettere nere.
(Jack Finney, “La monetina di Woodrow Wilson”, Marcos y Marcos 2003, trad. di Vittorio Curtoni)
La televisione è Dio.
American Counturella è la Sacra Romana Chiesa.
Gli sportelli bancomat sono gli Apostoli.
Il conto corrente è la Parola del Cristo.
La Bibbia va riscritta.
Dopo trent’anni di onorato servizio, e nel generale quanto rispettoso silenzio famigliare, è deceduto, ha lasciato questa valle di lacrime, è assurto ai celesti Regni del Cielo, lo sciacquone del bagno di casa.
Ha preso il suo posto un modello nuovo, meno resistente forse per via dei diversi materiali da cui è composto – perlopiù plastici -, ma con un’irresistibile, vitale espressione ecologica: il doppio tasto!
Ebbene sì: d’ora innanzi, finché sarà il bisogno grande a inchiodarci al water mezz’ora, potremo inondare il pianeta del nostro rifiuto organico misto ad acqua purulenta in quantità adeguata all’atto. Ma, ed è qui la rivoluzione, ed è qui il cuore del messaggio alla salvaguardia della specie mammifera da noi così mal rappresentata, quando è solo pipì… allora, di acqua, ce ne va di meno. Punto.
Oggi mi sento parte di una grande organizzazione terrestre che aspira all’eternità della memoria umana perpetuata nell’incessante riproduzione della specie stessa.
Evviva lo sciacquone a due tasti.
Evviva l’acqua che trasporta lontano i nostri residui, già altri da noi.
Evviva il concime della terra.
Evviva la terra in cui torneremo e la terra che lordandosi ancora ci farà risorgere e, cazzo, ricominciare.


Ieri sera ho trovato in bagno uno stronzo di mia moglie.
Non un brutto stronzo, per la verità. E non che me ne intenda, sia chiaro, solo… uno stronzo dall’aria garbata, un tenero parallelepipedo rettangolo che inerte poggiava sul fondo della tazza.
Era suo.
Dal momento che siamo senza figli, né suoceri a carico, nessun altro in casa potrebbe usare il bagno. È un appartamento di ottantacinque metri quadri, al sesto piano di una palazzina, con un unico vano servizi.
Dunque, in piedi davanti alla tazza, il copri-water sollevato e la mano pronta sulla patta a eseguire quanto mi prefiggo istintivamente di fare ogni notte prima di raggiungerla a letto, ammiravo basito una parte di lei a mollo nel cesso.
Da bambino mi era accaduto altrettanto coi miei genitori e fu divertente indovinare dalla forma della merda chi dei due ne fosse stato il defecante.
Peccato che né mia mamma né mio padre gradissero i croissant.
Preferivo invece, ieri sera, dissertare attorno alla merda di mia moglie secondo ragionamenti più ascetici, ignorando ancora per un attimo quello stimolo nel basso ventre che mi aveva spinto, e non di meno seguitava a trattenermi, lì.
Che fosse, quella, l’eccesso organico di un vicino arrivato fino a noi attraverso i dedali del sistema fognario condominiale, se non anche, addirittura, dell’intero quartiere?
Oppure, ieri sera, senza preavviso, la mia mente offriva finalmente sfogo a una segreta frustrazione del mio subconscio, dando infine forma, nel cesso di casa mia e di mia moglie, alla visione di uno stronzo ideale.
Lo stronzo perfetto.
La merda trascendentale.
La cacca primordiale.
L’eccedenza su misura.
Per quanto la girassi e rivoltassi, il nocciolo della faccenda era: accettare che il corpo di mia moglie produce stronzi.
Ho pisciato – e, pensieroso, ho scaricato il tutto.
Siamo sposati da un anno e desideriamo un figlio che al momento non arriva.
Giovanna fa l’infermiera, io l’operaio.
Unendo i rispettivi salari, guadagniamo mille e quattrocento euro scarsi al mese.
Siamo impegnati in un mutuo trentennale, tre anni di Findomestic per il mobilio, le rate di due macchine – e io ho pure la moto, che forse dopo l’estate venderemo.
Abbiamo giurato entrambi reciproca fedeltà davanti a Dio, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non ci separi, eccetera.
Insomma: ci hanno uniti nel Cristo, ma non nella merda.
![]()
Mi chiamo Gianluca, ho trent’anni, e della mia vita oggi non rifarei soltanto due cose.
La prima è lasciarti.
La seconda è nascere.

“Vermi” di Giovanna Giolla edizione TEA, € 10,00
Il romanzo incorpora uno dei reportage più visionariamente realistici usciti quest’anno. La protagonista si concede senza difese all’altrove indiano, dove «manca l’aria come se il sole avesse divorato tutto». La lingua del romanzo? Ha una «perforante» (aggettivo caro all’autrice) potenza descrittiva. Filippo