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Signori, chiamo al Banco il sig. Antonio Rezza (di cui potete trovare un link in questo blog).
In attesa che esca sul numero estivo di “Pulp” una mia intervista rivolta a lui soprattutto in veste di scrittore (è in effetti autore di tre romanzi, tutti usciti da Bompiani), qui riporto un vecchio incontro avvenuto circa cinque anni fa, al termine di un suo spettacolo teatrale intitolato “Io”. Per chi ama e segue Rezza, sarà occasione per ritrovare in questa forma di intervista “a tranci” un momento particolare nella sua carriera artistica, che precede l’esperienza televisiva di “Troppolitani” e la recente performance sempre teatrale con “Fotofinish”. Più qualche curiosità, forse. :-)
Al termine dell’intervista, ricordo a tutti coloro che transitano o vivono in quel di Milano che Antonio Rezza sarà ospite della ormai consueta iniziativa milanese estiva nota come “La biblioteca in giardino”, di cui volentieri torno a riportare un esauriente promemoria in coda.
Buona lettura.
G.
1) Antonio Rezza + Flavia Mastrella
Io scrivo in un ex monastero di clausura dove morì Santa Maria Goretti. Non proprio nella sua stanza, ovviamente!... Flavia invece lavora ai suoi quadri di scena in un altro ambiente dello stesso luogo, ma nessuno dei due interagisce con l’altro nell’ambito del proprio lavoro. L’unica interazione nel caso dello spettacolo “Io” è avvenuta nel quadro in cui interpreto col mio viso le parole che scorrono su una pagina bianca: ecco, in quel caso è stato necessario lavorare in maniera sincronica perché lei calcolasse i tempi del recitato in misure, consentendo a me di dare un corpo al testo attraverso delle “righe” trasparenti, senza nemmeno omettere virgole e punti. Lavoriamo insieme dal
2) Gli esordi e il passaggio al Teatro
All’inizio della mia carriera artistica ho rifiutato il Teatro, per tutta una serie di motivi legata alla logica dei sovvenzionamenti che non mi piaceva, per cui mi esibivo in posti “OFF” gremiti di gente, soprattutto giovanissimi. Poi ho iniziato a considerare meglio il palcoscenico, mischiando le sale tra feste all’ARCI Gay con centrali del latte. Il passaggio definitivo al Teatro è avvenuto perché non poteva essere altrimenti: uno spettacolo come questo non avrebbe modo di essere portato altrove. Il nostro spettacolo vede una giusta collocazione nelle grandi sale, a loro volta altrettanto asettiche e affascinanti, ma comunque più è lo spazio che separa lo spettatore dal palco, maggiore è la forza dei colori e la resa del movimento del corpo grazie ai quadri. È come vederlo attraverso una lente d’ingrandimento. Per questo noi attualmente lavoriamo esclusivamente coi teatri.
3) “Io”
L’idea per questo spettacolo nasce rinnegando la politica dei gruppi e passando alla sola analisi dell’individualismo. I personaggi che compongono la storia sono infatti tutti individualisti. Individualisti a perdere, forse, ma comunque ambiziosi e con una ben radicata coscienza del sé. L’esempio più lampante viene dal semplice fatto che sono stati progettati quadri singoli, con una sola possibilità di azione (escludendo la pagina bianca che diventa anche doccia, per via della trasparenza delle “righe”, ma questo l’abbiamo deciso solo in un secondo tempo), per cui è impossibile elaborare discorsi di gruppo quando indosso un quadro per una sola volta. Un quadro singolo presuppone una tematica sull’individuo e infatti “Io” è uno spettacolo popolato da personaggi soli, finalizzati a sé stessi. Questo rinnegando e rivoltando il passato, in cui interpretavo i gruppi. Ma io odio i gruppi, anche quando li analizzavo.
4) L’Attualità e
Penso di possedere il privilegio di accorgermi in tempo reale che quello che faccio mi permette di non interessarmi alla Società, in nessuno dei suoi aspetti. A me non interessano gli altri, né tanto meno ho intenzione di salire sul palco per fare politica, sebbene finisca per farla più di chi dovrebbe occuparsene per professione! La politica è una sovrastruttura del comportamento: una persona prima si comporta e poi vota. Per me che analizzo il comportamento, arrivando anche a criticarlo, questo significa fare politica, ma la politica in senso classico non mi tocca per niente. Non riesco a interessarmi alla fame nel mondo. Il fatto che esistano realtà come le guerre non mi colpisce né mi commuove più di tanto. Questo perché? Perché fortunatamente vivo in una dimensione astratta, una dimensione in cui mi alzo la mattina e faccio esattamente quello che mi pare. Lo dico con orgoglio, perché è appunto un privilegio, il mio, non certo una condizione facile.
5) Progetti futuri
Mi sono accorto di quante cose vengano sotterrate, tenute nascoste, censurate o mostrate solo per un quarto o metà. Eppure contemporaneamente viene visto tutto, è inevitabile, perché si accumulano esperienze, la gente vede film, telegiornali e mantiene comunque una certa resistenza, come assuefatta. Non a caso stiamo preparando appunto una trasmissione televisiva in cui faremo l’unica cosa che non abbiamo mai fatto in nessuna occasione: le interviste. Ma sono convinto che il nostro lavoro in televisione non verrà passato, magari nemmeno fra quattro o cinque anni. Lo vedo col teatro: questo spettacolo è forse una delle cose più interessanti che abbiamo creato. Eppure non riesco a incazzarmi come dovrei, perché ho la fortuna - e il privilegio - di vivere una vita in cui ho sempre qualcosa da fare. Ora c’è la trasmissione, domani un nuovo film che stiamo già scrivendo
6) La gente
La gente è la cosa migliore che ho conosciuto da quando lavoro, rispetto alle strutture, per esempio. Forse perché la gente non ha potere, o meglio: ha il potere di vedere, ma non certo il potere di gestire. Non mi sentirei mai di criticare nessuno, tanto meno chi se ne va. Se questo succede, è perché hanno capito, no? Se la gente si scandalizza, va bene, se non si alzassero per uscire nel bel mezzo dello spettacolo mi preoccuperei, vorrebbe dire che esiste una disfunzione nel testo che recito. È chiaro che qualcuno se ne va quando parlo di un bambino morto e delle acque rotte e bevute, sarebbe assurdo se nessuno si sentisse infastidito o urtato. Io non odierò mai chi si alza e se ne va: non posso odiarlo. E nemmeno comprenderlo, se è per questo, perché fa quello che deve fare: si muove! Spesso mi capita di parlare di quella che definisco come “la massa forme”, ovvero quella massa delimitata dalle poltrone del teatro dove ognuno ha il suo posto e resta lì. Io stimo la massa quando diventa “informe”, ovvero quando perde l’omogeneità imposta da una situazione come quella di una sala da teatro, e quindi dico evviva chi riesce ad alzarsi se quello che vede non gli piace. Se poi il mio pubblico... anzi, se poi il pubblico che vede il mio spettacolo (non voglio un mio pubblico) diventa cretino vedendo altre cazzate, non è un problema che mi riguarda. Riuscire a piacere o a non piacere senza indifferenze anche a persone che amano cose altre, è il giusto merito che tocca a una forma di spettacolo universale.
7) Definizione di “spettacolo universale”
Dopo lo scandalo annunciato di Tangentopoli, ho visto tantissimi colleghi ridotti alla disperazione perché dire che Craxi rubava non poteva più suscitare ilarità da parte di nessuno, sicché erano rimasti tutti senza repertorio. Nonostante consigliassi loro di creare qualcosa di longevo, qualcosa che fosse sempre attuale e che quindi scavasse nei comportamenti delle persone, tempo dopo li rivedo sui palchi a prendere in giro la nuova generazione di politici. Ecco perché, tornando a prima, non posso credere in un teatro di attualità. Perché non esiste l’attualità.
Giovedì 23 giugno alla biblioteca Chiesa Rossa di Milano
Prosegue l’appuntamento con la rassegna
LA BIBLIOTECA IN GIARDINO
Con Antonio Rezza, il "più grande performer vivente"
Che inaugurerà il ciclo di incontri Narrazioni
Giovedì 23 giugno si torna alla Biblioteca Chiesa Rossa con il secondo appuntamento della rassegna letteraria Biblioteca in Giardino
Il ciclo si apre con un eclettico uomo di teatro, cinema e lettere: Antonio Rezza, un affabulatore anomalo, un Antonin Artaud contemporaneo capace di divulgare le sue storie minime e universali attraverso la distillazione sapiente della lingua, una poliedrica vocalità e una fisicità travolgente, che lo portano a negare la categoria di artista per definirsi senza indugi "il più grande performer vivente".
La sua è una ricerca stilistica e formale, oltre che una riflessione acuta sulle espressioni dell'animo umano; ne parla al pubblico partendo dalla proiezione di alcuni dei suoi micrometraggi della serie Troppolitani, estemporanee invenzioni visive sulla vita quotidiana della città scritte e dirette insieme a Flavia Mastrella, per passare dalle sue invenzioni teatrali e finire con la sua prosa letteraria surreale, visionaria e potente.
Antonio Rezza
Insieme a Flavia Mastrella, è autore di testi teatrali e cinematografici. Le sue opere, i cui estratti sono stati trasmessi da Rai, Canale 5, Tmc, Videomusic, Italia 1 e
INIZIO INCONTRO ORE 21,30 INGRESSO LIBERO