mercoledì, 09 novembre 2005

Compare sull'ultimo numero della rivista letteraria ORIZZONTI un'intervista che il vostro affezionatissimo somaro ad honorem ha fatto al buon Enrico Brizzi. A quanto pare, ma ne non ne dubitavo, il ragazzo di cose da dire ne ha ancora un bel mucchio. Eccone un breve estratto.

La ricerca di una musicalità nel testo, accompagna la tua scrittura fin dal titolo del romanzo d’esordio: il vero nome del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers infatti non è Jack, ma John.

La ricerca della musicalità è stata una costante fin dagli inizi, soprattutto per quanto riguarda il vero e proprio “farsi” del lavoro. Mi è necessario un ritmo reale nella mia stanza, che accompagni la stesura di ogni romanzo. Chiamarlo “sottofondo” sarebbe riduttivo in tanti sensi, io non ascolto musica a volume basso, di solito. L’unico limite che mi pongo è di non mettere nulla di cantato in italiano, mentre scrivo, perché rischierei di concentrarmi sulle parole di Federico Fiumani, per esempio, anziché sul mio lavoro. Ciò detto, l’idea che la storia del vecchio Alex si intitolasse “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è arrivata solo alla fine, quando si era deciso per un semplice “John Frusciante è uscito dal gruppo”. Il mio editore di allora, ragionevolmente perplesso in merito all’eventuale citazione da parte di un qualche avvocato californiano, ha ritenuto opportuno camuffare almeno il nome del chitarrista dei Red Hot, con un bel Tony Frusciante, magari, o Bobby Frusciante… è chiaro che a quel punto Jack ci è sembrato da subito molto più adatto, come suono.

 

 

"Jack Frusciante è uscito dal gruppo" e "Nessuno lo saprà": tra questi due titoli scorre un viaggio che non termina all’ultima pagina di ogni libro scritto, ma ci arriva – e da lì poi riparte. Qualcuno lo saprà cos’è successo d’altro fra la prima tappa e tutto il resto?

È andata così: a diciassette anni spedisco le mie cose in giro, come hanno fatto tutti, e fra i tanti editori contattati mi risponde Massimo Canalini di Transeuropa. Oltre a lui, parlo anche con Silvia Ballestra e con Lorenzo Marzaduri, all’epoca entrambi autori della scuderia Transeuropa e oggi affermati scrittori. Con Marzaduri avrei in seguito scritto “L’altro nome del rock”. Ti lascio immaginare quanto potessi sentirmi fortunato a dialogare allora con persone simili, che come minimo avevano letto e scritto molto più di me. È stato quello il momento in cui mi sono sentito davvero fortunato, non quando mi hanno detto “si va alla terza ristampa”, o “un altro editore vuole comprare il libro”, o ancora “ti hanno scelto per il Campiello”. Sono tutte cose che fanno piacere, certo, ma il segnale di un vero cambiamento nella mia vita l’ho percepito quando qualcuno mi ha fatto capire che forse valeva la pena di darmi retta. Il successo e i numeri venuti dopo, riesci a guardarli con un certo distacco, se il punto centrale della faccenda è maturare come autore. È chiaro che un milione di copie vendute all’età di vent’anni saranno dure a ripetersi in futuro, ciò detto si può pensare benissimo al pubblico in qualità di una mamma, oppure di un qualcosa che casualmente è venuto a cercarti. Questo è l’autore, queste sono le cose che fa. Vi vanno bene? Okay. Non vi vanno bene? Fa lo stesso. Mi sentirei molto falso a indovinare che cosa il pubblico desidera davvero, ma tutto questo si fonda su una mia personale convinzione di fondo: il pubblico non esiste. Andare in classifica non è tutto. In classifica ci sei oggi, perché il tuo libro è stato promosso bene, o si è dato da fare un tam-tam indipendente dall’editore e dall’ufficio stampa, d’accordo. Ma cosa resterà fra vent’anni? È questo che io mi chiedo.

http://www.rivistaorizzonti.net

 

postato da: Mercadante alle ore 10:04 | link | commenti (2)
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