© NoBrain Productions
JOY: in nome del padre ASSENTE
Ho fatto tardi, avrò tirato le tre del mattino. Sono sbronzo, sono stronzo. Infilo la scheda magnetica. Mia madre potrebbe essere in casa, per cui faccio piano. Non voglio che si svegli dal suo sonno ipnotico-materno di stilnox-tavor- valium per sopportare il down. Mi spoglio, faccio una doccia gelata, ma sono tremendamente in coma. In boxer prada mi ficco a letto mentre Campione si sta svegliando - eppure il cielo è ancora di un buio schizoide senza stelle - e mi addormento con il lettore cd alle orecchie accarezzato da urla di gruppi Punk, stonate e metalliche come la mia vita. Il mattino dormo ancora quando la madre entra nella stanza e urla rincoglionito alzati, è tardi, devi essere a scuola! Poi isterica accende la luce, un fascio artificiale aggressivo dritto negli occhi, mi dà uno strattone e cerca di tirarmi fuori dalle coperte. Mi prende a pugni sulla testa. Un po’ sopporto e che cazzo, è mia madre, poi non la reggo più e le scaglio addosso una abat-jour di design Murano Due da non so quanti franchi. Lei pronta, visti i miei sensi ottunditi, la schiva e dice fredda fredda: “Proprio uguale a quella testa di cazzo di tuo padre”, chiude la porta e se ne va, lasciandomi solo, ferito e confuso.
Flash number 1
Proprio come quella testa di cazzo di mio padre già. Di quell’idolo di mio padre che odio. E amo. Ho solo due idoli: il Sid, schiattato prima che io nascessi, mio padre schiattato nella mia immaginazione nel momento stesso in cui se ne è andato. Ero ancora piccolo. Ricordo che era un bel tipo, un duro. Un po’ gli assomiglio, anche fisicamente. Dopo qualche anno che stava con mia madre – lui era molto più giovane - se ne è andato via in cerca di carne coetanea. I suoi occhi si sono posati su una tettona ventenne, stando alla versione di mamy. Una sera ha infilato il trench di pelle nera, ha infilato gli occhiali scuri ed scomparso nella notte. Un duro. È sparito dalla mia vita fino a diventare un’ombra, l’ombra di un ricordo sempre vivo. L’ho odiato. Non mi ha neanche salutato. Io me ne stavo incollato alla tv a guardare uno stupido cartone animato nippo, storie di combattimenti, ragazzi veloci come extraterrestri che vincevano la forza di gravità con dei balzi pazzeschi e incenerivano i nemici con spade di luce. Mi trovavo nel soggiorno di moquette bianca. Rivedo la scena come in un film al rallentatore: ha preso uno zaino, ci ha buttato dentro le sue cose, si è diretto alla porta, si è fermato un istante di tempo infinito sulla soglia, ha dato fuoco ad una siga e mi ha guardato. Mi ha guardato per una frazione di tempo astrale indefinito e puff è sparito. Non una cazzutissima parola. Ma solo il tonfo soffuso della blindata che si chiudeva.
Per anni non l’ho più rivisto.
Poi l’ho incrociato per sbaglio in un cinema di Lugano. Nuova donna e nuova prole. Una bambina, lo chiamava papà. Ho scoperto di avere una sorellina. Non glielo ho mai perdonato. Non di avere fatto un figlio con un’altra, per carità, queste cose capitano tutti i giorni. Non gli ho perdonato di non avermi riconosciuto se non formalmente, dandomi il suo cognome, non gli ho perdonato di avermi cancellato dalla sua memoria con un colpo di spugna, come si tolgono i moscerini e lo smog dai vetri sporchi. Come si fa quando la pioggia macchia i vetri, così romantica e decadente la pioggia. Un colpo di spugna e Joy è scomparso. BASTARDO SCHIFOSO SEI IL MIO IDOLO, TI VOGLIO BENE CAZZO, PERCHE’ CREDI CHE SIA COSI’ PASSATO FUORI, SCLERATO, FULMINATO?
AUTOLESIOSISTA!!!????!!! CERCO DI EMULARTI STRONZO. TUTTA LA RABBIA CHE HO IN CORPO E’ UN DETONATORE PRONTO AD ESPLODERE E FARE IN MILLE PEZZETINI, UN MILIARDO DI PEZZETTINI, LA TUA TESTA DI CAZZO, IL TUO CERVELLO DI MERDA E IL TUO CUORE DI PIETRA! NON SI LASCIA UN FIGLIO, SCLERATO. SI LASCIA UN’AMANTE, UNA MOGLIE, UNA FIDANZATA, UNA TROIA, UNA DONNA, MA UN FIGLIO NO. UN FIGLIO NON SI LASCIA. SI LASCIA UNA CARRIERA, UNO STILE DI VITA, UNA QUALUNQUE COSA, MA UN FIGLIO NON SI LASCIA.
Mi fermo davanti allo specchio. Devo restare algido. Algido. Ma incazzato. Io sono Joy il Boss di Campione. Un gradino sopra la merda di questa vita.
Baby Boom razzismo e stronzaggine a 16 anni
Sono stata segata al secondo anno di un classico al femminile, gestito da suore. E sono finita in questo bordello legale canapaio. Ho capito subito che aria tira qui: ho buttato alle ortiche grembiule bianco, calzettoni in tinta da brava ragazza e anche la buona educazione.
Io odio le droghe, non baso e non braso, sono solo in cerca di cock, cock, dick, di vero maschio.
I ragazzi più cool della scuola voglio farmeli tutti io. Io sono la più figa, dovrebbero eleggermi Miss Carducci; sono la più brava, la più intelligente, me l’ha detto un prof di mate dell’altra sezione, mentre mi sbirciava dentro la scollatura fatta apposta perché gli uomini ci sbircino e mi osservava da dietro il micro perizoma osceno in mezzo alle mie chiappe ancora sode. Ho sedici anni ma in fatto di sesso gli stronzetti di questa scuola me li mangio vivi a colazione. NON ACCETTO né RIVALI né SCONFITTE CON I BOYS. DEVONO ESSERE MIEI SE LI VOGLIO. CHIARO? IO MI PRENDO ciò CHE VOGLIO. Fanculo la morale e l’etica. Io mi sento nata per fare impazzire gli uomini con seghe, pompini e spagnole. Le mie tette prorompenti sono il mio cavallo di battaglia. Nessuno sa se ho ancora fatto l’amore, io non confermo e non smentisco. Mi chiamano Baby Boom per il mio potenziale erotico: io sono la bomba del sesso del Carducci. Chiedete per i corridoi della scuola. Sono anche la regina delle chat porno, perché mi diverto. Non avete idea dei pervertiti che si trovano in rete. Il mio nick è slut baby.
Mi piaccio: della pancia e delle maniglie attorno ai fianchi me ne frego. Allo specchio mi guardo solo il viso, i capelli e la forma delle sopracciglia che devono disegnare sempre un arco perfetto. Credo in tutto ciò che è ostentazione estetica, pregi e difetti compresi. Non ho complessi, sono sicura di me e questo conta. Io Damian e Lory facciamo a gara a chi sparla uno più male dell’altra. E ci divertiamo con sadismo a costruire barriere di odio stronzo contro il turco. Su questo siamo tutti d’accordo; che se ne torni in Africa perché la Turchia sta in Africa, no? E poi che barbone, venire con una barca invece di prendere un aereo di linea. Certo che questi extra pur di risparmiare…insomma il turco è uno zero elevato all’ennesima potenza. Solo che non si può difendere contro un branco di assassini della sensibilità altrui. Se non lo trovassi repellente, mi struscerei addosso, giusto perché va contro la sua morale. Giusto perché sta con una con il velo. Giusto perché ho voglia di umiliarlo. Giusto perché è musulmano. Musulmano del cazzo. Lui e la su moschea che chiuderanno dopo le proteste della gente. La gente qui odia gli extracomunitari.
SOLItudine e catrame a 17 anni
Mi trovo sotto lo scantinato -garage della mia scuola, dove i prof parcheggiano le macchine in box stretti, angusti e bui. La proprietaria dello stabile - una delle persone più ricche di Como - ha deciso di risparmiare anche sull'illuminazione sotterranea. Così qualche prof si porta regolarmente a casa una bella fiancata spappolata, oltre a sfrisi vari regalino non richiesto da parte degli alunni. In questo cesso di scuola. Fa freddo qui sotto. C'è odore ♥di piscio, di sperma fresco e di brase spente in fretta per la paura di esser scoperti. La catena che ho al collo è diventata di un gelido metallico, che mi fa tremare i polsi le vene le arterie il cuore. Le mie mani sono blu cobalto. Avrei come adesso bisogno di qualcosa da bere, ci vorrebbe sempre vicino un bicchiere, o meglio una Beck's tracannata con stile. Ci vuole stile in questo cesso di scuola. Mi accendo una siga per azzannare minuti di noia che mancano per entrare in classe. Non mi sento bene, non fisicamente, ma nell'animo. Io soffro la solitudine. Il suono stridulo della campanella rintrona l'udito. Cerbero Docet. Tutti in classe, ma poi ognuno fa quel cazzo che gli pare. Non c'è ordine, non c'è disciplina, solo parvenza, soltanto ipocrisia. Qui i nostri genitori pagano perché c' educhino?!? E ci promuovano in questo cesso di scuola. Salgo per la scala antincendio all'americana dove già di mattina brasano. Mi aggiungo ad un gruppetto. Ma io a scuola fumo solo siga, sono già fuori di mio. Non ascolto quello che dicono, io sono un gradino sopra, sono Joy il Boss di Campione, buco di culo italiano in terra elvetica.
Sono stato in classe per più di un'ora, più che sufficiente per me che non aspiro altro che a fare il groupier al Casinò, il diploma di liceo classico non mi servirà mai, ma la madre sclera perché prenda quel pezzo di carta, non si sa mai dice. Io so a malapena tradurre una versione di latino, con il greco zoppico. Sono in seconda liceo e non sono mai stato segato, sempre debiti formativi, mai recuperati. Ma funziona così in questa scuola del cazzo.
Tootsie è arrivata alle 9.35 come il solito sclerata fuori misura. Ha solo il potere di alzare la voce con professori e alunni. Hai i capelli rame arricciati, occhiali dalla montatura spessa con lenti katarifrangenti, indossa lo straconsumato taielleur viola, orribile, orecchini di finta madreperla scrostati, acquistati in qualche mercato rionale di Napoli e trucco accurato sfatto. Mi spiego: vorrebbe truccarsi bene, ma è un disastro. Vi ho presentato Tootsie, la Direttrice di questo bluff di scuola. Ve lo ripeto perché vi entri bene nella testa. Mi sono iscritto qui per la mia cronica voglia di far niente. Io ho i miei problemi, come tutti, ma i miei mi ammazzano la vita che ho davanti. Mia madre? Non riesco nemmeno più a farla incazzare con i capelli alla Punk rossi verdi fucsia ritti come spilli. Per lei sono un figlio degenerato. Forse perché leggo Baudelaire Ginsberg?O ascolto MDC o NOFX? Qualsiasi look barbone adotti a lei non fa né caldo né freddo. Lascia fare. Si è arresa anche al fatto che attorno al collo abbia una catena che fa tre giri di boa con lucchetto, non uno, come il mio idolo Sid Vicious, crepato di droga amore solitudine. Sono un caso disperato per lei, che si tira coca e nasconde lo sguardo dilatato sotto occhiali da star Chanel, neri, impenetrabili, anche se non un raggio di sole violenta il cielo grigio come un'autostrada. Lei: cinquant'anni ben portati, alta e bionda, che vorrebbe permettersi pantaloni di lino bianco trasparente con perizoma a vista e io che le dico:" Ma come stai? hai cinquanta anni, non essere ridicola!". Io amo mia madre, a modo mio s'intende. Io ne posso parlare male, ma gli altri no, non la conoscono, non ne hanno il diritto. Lei ha fatto quello che poteva con me: il boss di Campione che non ha paura né di prenderle né di darle, il boss di Campione che si fa spappolare setto nasale e torna casa pesto di lividi dopo una trasferta sotto i portici di Lugano, il Boss di Campione che coltiva con amore pianticelle di cannabis nel suo giardino pensile e la madre che sclera selvatica: "Basta non voglio più sbirri qui dentro!L'hai capito!" E io imperterrito continuo a coltivarle: sono innocenti vegetali che io trasformo in fumo tossico per andare via di testa da questa realtà del cazzo, da questa pseudofamiglia del cazzo, da questa scuola del cazzo. CAZZO CAZZO CAZZO e ancora CAZZO e rabbia repressa, un detonatore che alla fine esploderà e farà in mille pezzettini i vostri crani e le vostre coscienze annichilite di iperadattati. 
La madre è uscita con il ragazzino di turno ed è andata a lavorare. PR per Armani a Lugano, non so se mi spiego. Per lei sesso, Krug e ottima coca, per me fumo, alcol, sbronza etilica e tanta merda da ingollare che ormai ci ho fatto il callo. Mi lavo, mi vesto, look griffato Armani, ne ho una cabina armadio piena, di quei completi, regali di mamy. Ma a scuola non li metto, interpreto la parte dello straccione alternativo, magari qualcuno di quei docenti da museo delle cere si accorge che ho un problema e mi aiuta. Aspetto di uscire a farmi l'aperitivo al Casinò, lì girano gli adulti ed è tra gli adulti che voglio stare, c'è una parte di me che vorrebbe crescere e un'altra che vorrebbe restare infantile. Ci vuole un bicchiere di vino da bere. Chatto un po’ al computer. Il tanto per rincoglionirmi. Controllo la posta. Una sfilza di mail di tipe a cui non risponderò mai. Basta. Accendo Grunding satellitare ultrapiatta last generation e infilo nel lettore dvd trainspotting, il mio film culto. L'avrò visto milioni di volte, ma ogni volta mi prende sempre di più. Volano i titoli di testa, apro il mio frigo-bar personale e mi stappo con l'accendino una Beck's poi un'altra ancora e infine rollo una brasa. Questa è una delle mie giornate tipo: gesti ripetitivi, canne svuotate di significato e sbronza finale di rito. Poi quando la luce si spegne tra le montagne catrame di Campione, mi preparo per il Casinò, rutilante di insegne, una giostra di divertimento, donne che ti attizzano solo con lo sguardo sensuale, donne ripeto, non ragazzine cerebrolese che te lo succhiano e basta. Voglio una ragazza/donna, voglio una vera madre, voglio un padre, forse VOGLIO TROPPO. E allora alcol e fumo solo per me, modelle anoressiche da slinguare e da fottere nelle discoteche trendy e a scuola ragazzine puttane che mi sbavano dietro e mi aiutano a consumare minuti e ore di noia isterica. Non hanno capito queste troiette che io ho bisogno anche di parlare. Che vadano a fanculo tutte quante. Il Casinò mi attende. Un'altra notte oltre le righe e poi a scuola. Se mi sveglierò, altrimenti niente. Cancellare la mente. Mi sento Zero elevato all'ennesima potenza. Ma Io sono Joy il boss.
Vedete, ho dei problemi con mia mamma, di tanto in tanto. Niente di particolarmente drastico o irreparabile, solo buona materia per il lettino dell’analista, ci andassi mai. Il fatto è che ho anche qualche problema di soldi, ma lasciamo stare, sarebbe un tasto assai più dolente. Con mia mamma, invece, le cose basta scriverle. Mi ha dato l’idea un caro amico, Gino Nardella, autore di un bel romanzo uscito da Stampa Alternativa, l’ho regalato a un po’ di persone che dopo mi hanno tolto il saluto. S’intitola “Il senso della vita è non rompere i coglioni”. Un mantra, praticamente. Nel libro, il protagonista era a un certo punto afflitto da una famiglia alquanto litigiosa che abitava alla porta accanto. Il nostro decide allora di registrarli, un pezzetto ogni giorno. Ci riempie una cassetta e un bel giorno gliela spara dalle finestre all’ora di cena, per circa un’oretta buona. Non li ha più sentiti. A Gino questa cosa è accaduta davvero e mi ha giurato che funziona. Così, ci ho provato con mia mamma.
- Ciao ma’. Come stai? -
- Bene, Gianluca, tutto bene. A parte un dito. -
- E che ti sei fatta al dito? -
- Mi sono fatta male col trapano. -
- Un trapano? -
- Sì, ma mica è un trapano normale, sai? Questo avvita le viti, inchioda i chiodi, e liscia le superfici di legno ruvide. -
- E il caffé te lo fa? -
- Ma no, Gianluca, cosa dici? Forse ti confondi con la macchina per il caffé, però quella l’avrò ordinata… non so, saranno tre settimane fa. -
- La macchina per il caffé? -
- Eh. La macchina per il caffé, non ti ricordi? Quella… quella col televisore incorporato. -
- Oh, mio dio. Non ci credo. E che te ne fai? -
- Niente. Ma regalavano un viaggio in Messico alle prime dieci telefonate. -
- E l’hai vinto? -
- No. Però sono diventata amica con la centralinista. Sapessi che brava ragazza! Come quelle di una volta, glielo ripeto sempre. -
- Ah, vi sentite spesso? -
- Tutte le volte che ordino qualcosa. Vorrei la conoscessi, guarda… un fiore di persona, Gianluca, mica come quelle che mi porti in casa tu… -
- Per favore, mamma, se evitassimo ogni volta di… -
- Oh, ma sì, ma sì… evitiamo, evitiamo pure… tanto, ormai… ma… e, senti, ti servirebbe un divano letto? -
- No, mamma, ti ringrazio. Sei molto gentile, ma… -
- Guarda che è proprio bello, sai? È sottile sottile, sembra un lettino da mare. Si gonfia con una pompa e diventa come un divano normale… -
- E che è? Un Trasformer? -
- …poi se lo apri fa da letto. Costa poco e ti regalano anche una borsa da viaggio. Magari dopo chiamo Cristina e te lo regalo. -
- Cristina? -
- Eh. Cristina. La centralinista… Oh, mamma mia. -
- Che c’è? -
- Ma no, niente, niente. Non ti preoccupare… è che respiro male… faccio fatica a parlare, ho poco fiato. -
- E ti sembra una cosa da nulla? Va’ a farti vedere dal dottore, scusa. -
- Ma no, quale dottore? Lo so io cos’è. -
- E cos’è? -
- È la guaina. -
- LA GUAINA?!! -
- Sì, esatto, è inutile che gridi. La guaina, sì, la guaina. La regalavano col trapano. La metti su e… e sparisce la pancia, tutta la ciccia… vanno dentro i fianchi… avrò perso due taglie, solo che è tanto stretta, non mi fa respirare. -
- Ma tu sei matta. Toglitela immediatamente! -
- Assolutamente no! Mi fa magra. E poi ce l’ha anche Cristina e a lei non è successo niente. -
- Cristina avrà vent’anni! E lavora per quella gente, poi, mica si mette veramente ’sta roba addosso, mamma! È una loro telefonista, cazzo! -
Compreso il dilemma? Arbore diceva “meditate, gente, meditate”. Io cambierei il verbo.
Registrate, gente, registrate...